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Presentazione alla Berio di Genova

Due giorni intensi  a Genova per presentare il mio ultimo romanzo Just Job alla Biblioteca Berio
Genova è la città in cui è ambientato la storia ed era doveroso presentarlo proprio qui. Una città scelta sin dall'inizio  per il porto, il mare, la costa, la storia, il luogo così particolare.
La Biblioteca in via del Seminario 16 è una struttura imponente con diverse sale convegni e di lettura. La Sala Lignea è molto grande, ricca di volumi tutto intorno alle pareti.
 Giù, a piano terra, i ragazzi studiavano sul prato e sulle panchine sotto i  primi raggi del sole di aprile, generoso e luminoso. La Sala è fornita di schermo e proiettore, ben illuminata, con una buona visibilità anche da lontano. Ho chiesto al bibliotecario come pubblicizzano gli eventi. Come mezzi di diffusione usano la bacheca all'ingresso della struttura dove affiggono le attività della Biblioteca, così che tutti possano leggere gli eventi. Quando sono arrivata hanno consultato il registro delle prenotazioni: nella stessa giornata ci sono eventi diversi nella struttura. L'evento è stato riportato dal giornale di Genova Il Secolo XIX così come ho appreso dai presenti. A presentazione iniziata,  mi ha colpito un signore seduto in ultima fila che più che ascoltare pendeva dalle mie parole come se volesse sentirsi proprio quelle che stavo dicendo. La sua presenza si è rivelata preziosa, elemento trainante della serata. Non solo ha partecipato, ma poi, alla fine, ha posto una serie di domande facendo capire che quel protagonista della storia, Marcello, poteva essere lui. Quando gli ho autografato il romanzo, mi ha confessato che sapeva dell'evento sin dal mattino per aver letto  la notizia sul giornale e leggendo rapidamente la trama del libro ha detto:"Questo sono io". Pendeva dai miei discorsi, annuiva, si ritrovava nelle parole. Mi ha confessato che gli era accaduto esattamente quello che era successo a Marcello, il protagonista di Just Job.  Aveva perso il lavoro e  la stima di se stesso, fino a quando non ha rispolverato la sua vecchia passione per la pittura. Sì, la pittura, un'arte, che molto spesso non può dare da mangiare e di cui lui ne ha fatto un lavoro, così ben avviato con cui adesso ci vive. Ho scoperto poi che si tratta di un pittore genovese affermato. La sua partecipazione non solo è stata di esempio, ma ha confermato tutto quello che il romanzo racconta. Le sue parole sono servite a chiarire e ad approfondire gli argomenti. Lo spirito della serata è stato quello giusto e, avere un "Marcello" vero tra il pubblico  con cui condividere  quello che avevo scritto, è stato come avere un motivo in più per scrivere questa storia. Peccato che, presa dai contenuti e dal trattare con lui l'argomento, non abbia pensato di riprendere ciò che raccontava Davide, il pittore. Sarebbe stata una bella risonanza, vissuta proprio nella città in cui ho ambientato il romanzo. Relatrice la dottoressa Alessia Cherillo che, dopo aver presentato la Casa Editrice Graus e me come autrice, si è alternata nell'esposizione dei fatti  rimarcando gli aspetti salienti. Dare forma a un romanzo da un'idea in nuce, e svilupparlo in modo completo dando vita non solo ai personaggi e alle situazioni ma renderlo poi vivo in un luogo che non ti appartiene ma che rendi aderente alla storia e, parlarne dopo, a romanzo ultimato, nello stesso posto in cui lo hai collocato, è una sensazione unica e indescrivibile. Genova racchiude un po' il punto fermo con questo romanzo, dove il cerchio si chiude. E quando l'altro giorno sono entrata nel bar di Lucio e ho appreso che si chiamava come uno dei protagonisti della storia, è stato un piacevole riscontro avendo io tutta la vicenda del libro in testa e tutti i personaggi che ancora mi ballano dentro con le loro vicissitudini. E' come prolungare gli effetti della storia e non volerli mai lasciare, proprio come dei figli a cui hai dato vita e vedi ora autonomi di agire come meglio credono. Davide che si sentiva come Marcello, Lucio il barista come il pescatore, io a Genova come  in una città conosciuta da sempre, sono solo piccoli incantesimi che un libro rende. Un libro che non si finisce mai di raccontare, dove i personaggi continuano a vivere. Scendendo per le stradine ombrose, prive di sole, fino al porto, il giorno dopo la presentazione, sembrava di vederci Marcello correre per la città magari per andare a trovare Francesco, l'amico di sempre, o Federica che si recava in libreria Montale, e ancora Daniela. La mia amica accanto, nella sua eleganza sembrava Catherine, l'amica di Federica e io in mezzo a loro come deus ex machina che mi arrogavo il diritto di muovere i loro fili. Presentare a volte rende soddisfazioni che vanno oltre, che non si possono comprare, nè vendere, ma solo sentire. Scrivere è una magia unica, una simbiosi tra chi racconta e chi legge e le emozioni che produce sono così forti che non possono essere prodotte in altri campi. Davide ne è stato l'esempio più bello: andare a Genova e trovare un "Marcello" vero che accorre alla presentazione per essersi riconosciuto nella storia.

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Lucio, il barista genovese


Salendo a piedi dal porto e andando verso l’interno della città, c’è un piccolo bar sulla destra della strada. Il caffè lo avevamo già preso a fine pranzo, ma Beth non si è accontentata di quello del ristorante, mi ha portato al bar, lì nelle vicinanze. Non era un bar solito, ma molto piccolo e raccolto, dove spiccavano tante arance in bella vista nella vetrina e dove il celeste era il colore predominante, a cominciare dalla maglia del barista. La mia amica mi fa sedere e mi spiega che ogni buon genovese va lì per il caffè con la panna. Io, da buona napoletana, stento a credere che un’altra città possa avere un caffè più buono del nostro. Beth è per parte di madre francese, per padre austriaca, non so quanto ne possa sapere di caffè, ma mi fido di quello che dice. 
Lei è una persona autorevole che non aggiunge né toglie alle cose. Poi scopro che il barista si chiama Lucio, sì, Lucio come uno dei personaggi del mio romanzo Just Job. E’ stato come un segno, una rivelazione o una coincidenza che vorrà dire qualcosa visto che mi trovo a Genova per la presentazione del mio romanzo Just Job e Lucio, il vecchio pescatore di Recco, è uno dei protagonisti. Il barista è un uomo realista, molto concreto, che da buon genovese fa bene i conti. Dice che non conviene gestire un bar, si lamenta della città, per l’incuria in cui è lasciata, ma ancora di più per i genovesi, “brutta gente” come li definisce. Fa discorsi senza una piega, fa rapidamente i conti delle spese e di tutto quello che non conviene e mentre parla mi fa pensare alla vecchia repubblica marinara, fatta da uomini di mare e di commercio, con il fiuto per gli affari. Si lamenta dell’amministrazione, fa un profilo delle condizioni politiche e, pur ammettendo che la mia amica sia al di sopra delle vedute di una città come Genova, smonta i suoi progetti a uno a uno dichiarando che lei è troppo intellettuale per una città come Genova e che i genovesi non meritano niente. La mia amica gli svela il suo progetto sociale, del pranzo con i profughi e Lucio dirotta il discorso sull'importanza di una tavola imbandita. Comincia con le tovaglie di fiandra, vassoi ricchi e stracolmi, pietanze di tutto rispetto, ma quando afferma che una tavola ben preparata la si vede dalla saliera, è scattata una risata sonora da parte mia. Sì, la saliera la dice lunga sul pranzo. Ci sono saliere anche di ottomila euro, diceva Lucio, e quando più è lavorata tanto più la tavola imbandita acquista valore. Dopo questa affermazione ha chiesto alla mia amica di che prezzo fosse la sua saliera e che aveva visto tavole perdersi per una saliera da poco. La sua affermazione fatta in modo serio, a maggior ragione induceva a ridere. Poi siamo rimasti in tre nel locale e finalmente è arrivato il nostro caffè con la panna sul tavolino. Beth non si riusciva a contenere davanti a tanta bontà e mentre noi prendevamo il caffè, Lucio non ha perso nemmeno un minuto e ha continuato a riordinare. Intanto parlava senza sosta, illustrava teorie e continuava a fare conti, prendendomi anche in giro. Peccato non aver ripreso la sua performance live veramente eccezionale, meglio di ogni altro programma confezionato cui ci abitua la TV. Quella pausa al bar di Lucio è stata una vera chicca, oltretutto ci ha offerto il caffè e siamo andate vie col gusto della panna. Ho creduto in questo incontro come un segno per il fatto che si chiamasse Lucio, che fosse così accorto, che ne sapesse di economia e che fosse amico della mia amica. Credo che ritornerò da lui ogni volta che andrò a Genova, se non per il caffè, per le sue riflessioni così serie e attente mai sentite prima.

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7 aprile a Genova, Biblioteca Berio, alle ore 16.00, per parlare di Just Job

Venerdì 7 aprile 2017, alle ore 16.00, nella Biblioteca civica Berio di Genova, Sala Lignea, presenterò il mio romanzo Just Job, Graus editore. Con me ci sarà la dottoressa Alessia Cherillo a relazionare sul contenuto del libro.
Perchè a Genova?
La storia si svolge a Genova città e zone della costa. Il romanzo comincia esattamente a Piazza De Ferrari, per poi passare a via Balbi, via Cairoli, via XX Settembre, via Gramsci e non solo. Prima ancora di scriverne ho visitato la città, ho attraversato i luoghi poi menzionati. Oltre al centro cittadino, c'è anche una zona costiera. Impossibile non parlare di Recco, di Lerici, del Golfo dei Poeti, di Portofino. Un romanzo che nasce in una città con un grande porto, rinomato, importante, una città marinara, ricca di tradizione, di palazzi, di arte e di storia. La città conosciuta attraverso i cantautori, i poeti...versi e versi di Caproni, Montale, e poi De Andrè. Il fatto di non essere la mia città, me l'ha fatta conoscere meglio, l'ho fatta mia percorrendola a piedi, sedendomi al centro di piazza De Ferrari, e poi via Cairoli per andare alla Libreria Bozzi, fondata nel 1810, entrando nella Chiesa dell'Annunziata, facendo a piedi tutta la strada del porto, arrivando a piazza Principe Amedeo. E poi tutto San Vincenzo e il mare e tanto ancora. Marcello, il personaggio principale, si aggira proprio tra questi luoghi. Uomo di mare così come Lucio, vecchio pescatore. Storia ricca e avvincente, dove si parla di lavoro, di mare, di storia, di emigranti, di crisi, soprattutto quella dei valori.


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L'affare Sonia 25

“Acquisto anche la Maryland” disse Santo deciso. Krups notò che l’acquirente non aveva alcuna remora a comprare e faceva forza sul fatto di aver messo in cantiere altre due scommesse come quella del capitano rimettendo così in sesto la sua flotta come prima. Aveva anche dato incarichi per due navi nuove nei cantieri italiani e inglesi e ciò lo faceva stare tranquillo come se nulla fosse accaduto alla sua flotta.


D’altra parte Santo aveva fatto bene i conti. Restavano a Krups il Gabbiano e il Faro, due ottime navi italiane e, se la fortuna avesse spirato dalle sue parti, poteva sottrargliele nel giro di poco tempo. Sonia quel pomeriggio rimase abbarbicata al capitano e non mostrava nessun altro interesse che non fosse di stargli accanto. Lo tempestava di domande su Santo: dove abitasse, come l’avesse conosciuto, chiedeva notizie della sua famiglia, delle sue figlie. Egli rispondeva con qualche difficoltà a doversi sdoppiare, ma risultava sempre convincente. Alla fine si lasciarono come due buoni amici: “Qualche volta verrò a trovarla a Sorrento, gli confidò Sonia”. “Ne sarei felice,” rispose lui e andò via.

Il signor Krups, con un sigaro cubano in bocca e lo sguardo fisso all’orizzonte, rifletteva che i suoi giochetti con le scommesse e le assicurazioni non gli davano più l’agiatezza di un tempo. Gli restavano due navi che non poteva vendere altrimenti sarebbe stata la fine per lui. Come era potuto succedere quello sfacelo? Gli ritornò in mente Stazio, l’incendio, i soldi guadagnati allora e ora…Ora si trovava con pochi spiccioli e tanta amarezza. Da una grande flotta era rimasto con due navi: “Quel ragazzo mi ha portato sfortuna!”
Per un attimo ripensò a Stazio, alla sua stoffa di marinaio forte e coraggioso. Aveva fegato quell’uomo! Si sorprese ad ammirare il suo avversario. “Chissà cosa avrebbe fatto al posto mio”. In attesa di riflettere sulla sua sorte si era ritirato un po’ dalla scena internazionale. Non partecipava più ai grandi galà, alle feste della marina. Al suo posto il comandante Gargiulo, malgrado il suo handicap, era diventato un idolo. Tutti guardavano a lui come un esempio da seguire. Anche Krups non poteva fare a meno di ammirarlo. Rappresentava l’uomo di successo, capace, riflessivo, tempestivo nelle decisioni. Forse poteva farsi consigliare da lui come fare per non perdere le uniche due navi che gli restavano. Lo invitò a casa sua e questa volta fece uno studio approfondito dell’uomo. “Signor Gargiulo come ha perso la vista?”
“Sono stato a contatto con dell’acido. Sa da giovani si è poco attenti”.
“Mi dispiace! Ma lei ha conosciuto il signor Stazio? So che eravate vicini!”
“Sì, Santo era mio amico”. “Strano, rispose Krups, si vede che siete dello stesso paese, avete lo stesso punto di vista”.
“Sì,io e Santo eravamo molto legati. Era un ragazzo che aveva sempre lavorato! Non ci voleva una fine così, non se la meritava! E poi amava quell’americana... ed è morto senza poterla abbracciare!” “Chi amava?” “Non so di preciso, era una donna da cui lo avevano allontanato da ragazzo!”
“Capisco fece Krups”, più confuso di prima!
“Avrà sofferto molto per la sua perdita!”
“Certo, anche se non ci vedevamo spesso. Vedersi non è proprio il termine giusto, non ci incontravamo spesso. Dalle nostre parti ci si conosce tutti e quando accade qualcosa a qualcuno, ne sono al corrente tutti. Ormai è passato del tempo e preghiamo per lui!”
“Signor Gargiulo, se lei dovesse consigliarmi per non perdere le mie ultime due navi ed evitare di finire in bancarotta, cosa mi consiglierebbe di fare?”
Santo stava per raggiungere il suo scopo e non doveva lasciarsi fregare dall’ orgoglio. Doveva tessere ancora, doveva lavorarci bene, doveva avere pazienza. La vendetta doveva essere messa a punto nel migliore dei modi.

“Mi dica signor Krups, quanto le ha reso il mondo delle scommesse? Credo che tutto sia iniziato di lì. Ma una vera flotta va costruita col lavoro, viaggiando e guadagnando. Tutto quello che nasce dal raggiro finisce per perdersi così come è giunto. Dovrebbe puntare sul lavoro delle navi e non sui facili guadagni. Faccia viaggi in posti dove nessuno vuole andare con una ciurma esperta, senza intermediari, né terze persone. Vada lei, affronti il mare e i pericoli e vedrà se salverà la merce e i guadagni”.
“Non capisco come lei abbia fatto a navigare senza la possibilità di vedere quello che faceva, signor Gargiulo”.
“Vede signor Krups che molto spesso pur guardando non vediamo ed è l’equivalente in cui mi trovo io: non posso guardare le cose ma le vedo, le sento, le avverto, le prevedo, le immagino. La vita è un po’ così. C’è chi guarda e non vede e chi vede ma non può guardare. A mare ci vuole fiuto, ci vuole capacità di decisione e non è la vista che le rende queste cose. E poi forse lei non sa che mancando un senso, si affinano tutti gli altri. L’udito migliora, il tatto raddoppia, il gusto è speciale, l’olfatto sale alle stelle. A volte non mi accorgo di essere cieco e forse il non vedere mi preserva da tante cose.”
“La sua saggezza è invidiabile, pur essendo giovane. Voi capitani della penisola avete il mare nel sangue. Ulisse vi fa un baffo, se solo avesse varcato lo stretto di Gibilterra, si sarebbe trovato in grande difficoltà. Invidio voi gente di mare, vera gente di mare. Il mio errore più grande è stato prendere persone sulle navi dai posti più disparati e invece dovevo scegliere gente della penisola sorrentina. Col senno di poi non si può fare la storia, ma la si può migliorare”.
“Si tenga strette le sue navi, Krups, facendole gestire da persone esperte, ma le ripeto, lei dovrebbe avere in mano la situazione senza demandare nessuno”.
A incontro finito Santo si rese conto di aver ancora una volta agevolato Krups suggerendogli cosa fare. Era come se non gliele volesse sottrarre ancora, come se quella sfida dovesse continuare,da portarla così all’infinito. Aveva una tale rabbia nei suoi confronti, vedendolo come il responsabile di ogni sua sfortuna, che ridurlo in serie difficoltà non avrebbe soddisfatto la sua sete di giustizia. Doveva vivere nell’ansia di dover perdere tutto ma non ridurlo alla fine. Voleva che gli chiedesse aiuto, che avesse bisogno di lui e ritornasse a ritroso nel tempo magari collegando la personalità di Gargiulo a Stazio e leggere quella tragica fine del Sonia come la sua rovina più che la sua fortuna.

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Itarella e le altre storie...La festa di Carnevale

“Ecco qua! Ho già le richieste: mammà vo’ a lasagna, papà ‘o sanguinaccio, Cosimiello ‘o migliaccio e Annuccia ‘e chiacchiere. Mo’ dimmi tu, io vengo dal professore, fresca fresca arrivata e sbarco in cucina. Non si può fare sta storia. Sta storia adda fernì! ‘A cucina, croce nera! Domani sera devo andare alla festa in maschera e avevo pensato al vestito della Vedova allegra, bella tutta nera, perché il nero mi rende snella! Ma Cosimuccio me lo ha vietato, ha detto che porta male!”
 “E ha ragione, è una maschera triste oltre a portare male!

“Il nero porta male e allora avevo pensato a Pierrot, tutto bianco, bello, fresco, con quel lacrimone spiaccicato sul viso e cosa mi dice Cosimuccio mio? Che non ho l’età per il bianco! E allora gli ho proposto Anna Karenina, un’eroina amata da tutti, bella, tormentata, moderna. Mia nonna mi ha regalato un vestito che si ricorda il primo novecento, con pizzi e merletti, scollacciata, 4 collane, i capelli a mongolfiera e così sistemata, chi mi riconosce? Ma Cosumiello mi ha detto che sono eccessiva, che ‘sta pagliacciata è poco seria. Uh Madonna mia, ma stamme a Carnevale, come mi devo vestire? E sai come mi ha detto? Non lo indovinerai mai! Mi ha detto: “Vestiti da Masha, così colorata, bionda, occhi grandi! A me, hai capito? Un vestito per bambina, capisci? E io gli ho risposto che mi vesto così se lui si veste da Orso!
Mi ha risposto che Carnevale è per i bambini e io sono già mascherata così! Hai capito?????? Io sarei mascherata così! Ma quando il professore mi ridurrà la metà di quello che sono,  gliela farò vedere io  Itarella. Indosserò il vestito di Jane, ma “isso” non potrà fare Tarzan, do’ stà a tartaruga? Dovrò passargli un trattore sulla pancia per lasciargli i segni delle ruote. E i capelli? Tutte ‘ste teste pelate in giro che si permettono di parlare di un etto addosso alle donne e non vedono i loro disastri! Quando gli ho parlato di Jane, mi ha deriso, ha detto che posso fare più Tarzan, ma poi ha declinato su Morticia della famiglia Addams. Per andare dai nostri amici dovremmo fare la famiglia Addams?
“Ma no, potevate essere più fantasiosi!”
 “Avevo pensato a Rita Hayworth, ma anche Evita Peron, Madonna, Lady Gaga…Intanto ho comprato una corazza per domani sera: un body snellente che mi stringe tutta e mi fa una siluette”.
“Ma così soffrirai, Itarè, non lo mettere!” “Come no! Ti sei dimenticata Rossella O’Hara quando Mummy le stringeva il busto? E tutte le nostre nonne? Dove stavano tutte queste mannequin che non possono mangiare un cornetto che subito esce la gobba allo stomaco? Io non dimagrisco perché mi piaccio, mi sento in carne e in curve e basta!”
“Dimagrire non solo per bellezza Itarè, ma anche per salute!” E se non mangi, da dove ti viene la salute? Il cibo già è quello che è, cioè un po’ di roba annacquata, poi non mangiamo nemmeno, addio salute!
Ho deciso, domani sera mi voglio vestire da uomo, un uomo importante, mi vestirò da Trump. L’ho visto mentre giocava a golf con una pancetta niente male. Secondo me si toglie un bel po’ di chili dentro quei vestiti ampi. A un uomo nessuno dice che è grasso, che deve curarsi. Siamo in una società maschilista.  E poi a Trump che puoi dire, niente! Vedrai, quando entrerò come il Presidente, sarà un’ovazione. A Cosimuccio lo vestirò da Melania, sai che divertimento.” “Non accetterà mai Cosimo di fare Melania!” Ma sai che ti dico? Io domani sera alla festa ci vado così, vestita da Itarella, voglio avere il coraggio di essere quello che sono e non quello che vogliono gli altri. Sta maschera per diventare sempre “altri” che non siamo, non mi va! Basta, direi finiamola anche con il Carnevale, con questa confusione di visi, con questo fatto di nasconderci, di camuffarci. Finirà che non sappiamo più nemmeno noi chi siamo. Io devo guardare le persone negli occhi e non so se le conosco bene, figurati mascherati!  Abbiamo già la nostra maschera quotidiana. Chi la vuole a coppe e chi a mazze e tu devi essere quattro persone per assecondare tutti. Voglio la festa dello “svelamento”, dello scoprirci, dell’essere chi siamo. Poi  vorrei vedere che faccia presenteremmo. Piacere, mi presento Itarella Giannone, sposata, una figlia, un marito, segni particolari: mi piace mangiare perché mi piace cucinare, ma ho dei buoni propositi. Voglio dimagrire, il che significa che non dovrò cucinare così tanto. C’è chi è artista a dipingere, a scrivere, io lo sono in cucina. A casa mia creme e budini già a prima mattina. Che casa è senza odori di cucinato? Fa venire la depressione una casa fredda, senza aromi, né sughi fumanti, né creme…E’ proprio la cucina la nostra stanza preferita, possiamo dormire a terra ma non privarci della cucina, è la stanza più importante. Ecco fatto. Domani sera alla festa mi presenterò così, voglio vedere chi avrà il coraggio di farmi mettere la maschera. Carnevale è arrivato al capolinea, propongo la festa dell’essere chi siamo, diamoci un giorno e in quel giorno diciamola tutta: non nascondiamoci!”

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Cara nonna

Cara nonna
mi mancano  le tue chiacchiere, la tua ironia, le tue storie mentre mungevi ed io adagiata sulla paglia a farti tante domande, i tuoi abbracci quando prendevo la rincorsa da lontano. E vuoi mettere le tue merende sul prato fatte di pane e formaggio, le discese a piedi giù dai monti e i nostri discorsetti nelle gole della montagna, sedute ad ammirare il mare? Sembra un vecchio ritornello che racconto continuamente, ma i ricordi belli lo sono per sempre. Ti ricordo mentre fischiettavi sotto la fascina d'erba, sempre allegra, senza mai accusare la fatica e mai negare un sorriso. E poi quel grembiule da lavoro, meglio di una bacchetta magica! Con le mani nascoste nelle tasche tiravi fuori l'impossibile: frutta, soldi, caramelle, cioccolate, spilli, cannucce, biglie, uova...insomma, eri una vera fata. Ma quello che qui manca più di tutto sono i nostri momenti di gioco. Sì, tu seduta sulle scale ed io a rotolarmi addosso mentre si parlava, si rideva, si facevano anche discorsi seri.  


E vogliamo parlare delle buone colazioni che mi portavi a letto? Vassoi come coperchi di bidoni con su l’impossibile, tra cui latte caldo, biscotti, uova, banane, marmellata, a piccole dosi, un po' di tutto e tu vicino a me sul letto a guardare come lo svuotavo. Mi piacerebbe ritornare per qualche ora a quei pomeriggi, anche adesso dovresti fare un tuo incantesimo come allora mi dicevi:”Non ti preoccupare, facciamo tutto!”  Si dice che amiamo le persone per come  ci fanno sentire al loro cospetto ed io mi sono conosciuta per quello che sono quando ero con te. Ti devo ringraziare della bella presenza che mi hai dato e sono stata fortunata ad avere un contatto umano 24 ore al giorno. E poi vuoi mettere le risate di cui erano ricche le giornate? Non ricordi? Si dal medico quando gli dicevi che mi vedevi sciupata e bianca mentre sprizzavo salute da ogni poro e il medico ti rifilava le belle fialette di Be-total che aveva sulla scrivania. Arrivata a casa ne davo più della metà al cane. O quando piluccavo, a sera, appoggiata alle tue ginocchia, distesa, tutto il pane dalla tavola e tu non capivi come finisse in un momento credendomi a dormire. Perché proprio oggi mi ricordo di te? Perché è il tuo onomastico e a casa mangiavamo le famose paste miste, nel pomeriggio quando venivano a trovarti i parenti. Perché me lo ricordo? Perché potevo bere il Vermouth e puntualmente mi girava la testa. Se dovessi descriverti con un fiore saresti una margherita proprio come il tuo nome. E di margherite facevi le ghirlande quando andavamo nei prati, intrecciandole ed io me ne riempivo come la Primavera di Botticelli. Se il tempo fosse un giocattolo riavvolgibile, vorrei riportarlo ad allora per riprendere momenti indimenticabili. Pascolando per la memoria trovo tanti ricordi di cui nessuno triste, o se c’è stato, sarà stato così insignificante che non lo ricordo. E poi le nostre uscite, tutte belle preparate, tu col tuo profumo di pino silvestre, io di sapone, con gli abiti della domenica, per mano, ridendo e scherzando per la strada. E non farmi ricordare quella enorme bagnarola che riempivi d'acqua calda per farmi il bagno ed io a ora con la spugna e il sapone ne combinavamo di tutti i colori.
Tanti auguri nonna!

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Lettera a Cupido


Caro Cupido con frecce e faretra pronto a scoccare la scintilla in chi ancora non ha provato gli strali dell’amore, oggi credo che sia il tuo giorno. Ma dico, lo sanno gli altri che poi non è un bell’affare cadere nella rete dell’amore? Lo sanno che non è sempre così idilliaco come vuol farci credere, che si litiga, che si piange, che si sta male? La gente vuole innamorarsi  e non vede l’ora.  Ma l’amore non è una calma piatta, bensì un mare in burrasca. Sarebbe ora che tu la smettessi di illudere gli innamorati e dire come stanno realmente le cose. Che l’amore è dolce finchè dura, che la passione scema, che la ragione prevale, che il bello finisce, così anche il dolce e resta la cenere. L’amore dovrebbe essere, alla fine, proprio quella cenere su cui, appena soffi, arde di nuovo. Il vero amore è così. Ma tu porti in giro favole incredibili, gonfi la passione a più non posso, ti fai maestro di bellezza e di gioventù, mentre l’amore è ad ogni età, in ogni luogo, e può nascere dove vuole. Solo in questo hai ragione. Tu vai dove vuoi.  

Anzi vorrei che ci fosse la festa del  “ Valentino”che sana, che si prenda cura delle pene, per le ferite che spesso lasci in molti innamorati. Diciamoci la verità, questo è un vero e proprio campo di battaglia. Tu credi di fare un favore e portare fortuna e invece arrechi, molto spesso, una serie di delusioni. L’amore è come una malattia, fa stare male e ci pone senza difese. Chi sta bene non si innamora, si innamorano quelli che si trovano a metà di se stessi e hanno bisogno di completarsi, i sani stentano ad innamorarsi. Quando accade siamo, appunto, deboli, come tanti convalescenti, ma consapevoli di non voler guarire. Vorrei che tu andassi in giro  a raccontare anche quello che succede con l’innamoramento. Quante coppie hai rovinato che ancora ricordiamo. Dillo, cosa ne hai fatto di Giulietta e Romeo? Eh??? Che storia d’amore finita tragicamente. Due ragazzini nella morsa della morte. C’è rimasto solo il balcone a Verona. Tanto impegno nel lanciare la freccia e poi ne hai fatto una storia dalla fine ingloriosa. E di Lancillotto e Ginevra? Ti sei divertito, ma quanto male hai fatto! Una distrazione fatale. E Dante con Beatrice? Mi dici a che ora hai scoccato la freccia? Eri assonnato, avevi mangiato molto? Be’ nemmeno hai guardato dove tiravi! Hai messo una bambina nel cuore del poeta, che la rivede dopo nove anni e  quando lei non ci sarà più, Dante continuerà ad amarla e addirittura le parla nei sogni. Hai reso quell’uomo un povero visionario: vedeva Beatrice in ogni luogo, in ogni opera, in ogni azione. In tutto questo disastro che hai procurato c’è di buono che il poeta, nella spinta di seguire la sua donna, ha prodotto opere preziose.

E vogliamo parlare di Tristano e Isotta? Cosa hai combinato! Ti sei servito di una pozione magica per farli innamorare  e poi li hai messi nell’impossibilità di amarsi. Una freccia anche questa maledetta!  E come non parlare di Otello e Desdemona? Hai accecato così tanto Otello di gelosia che ha finito per uccidere la sua donna. Io credo che tu la debba smettere di chiamare amore i tuoi capricciosi colpi bassi. Cosa hai fatto di questo amore eh? Rispondimi! Ucciso, come tutti gli altri! Te ne vai baldanzoso e finto innocente, girando come un bambino dispettoso e facendo dell’amore un’energia così intensa che produce effetti opposti a quelli desiderati.  Certo non è colpa tua, ma sarebbe ora che tu intercedessi per noi con tua madre Venere e le raccomandassi di calmarsi per un po’! Di prendersi una vacanza! L’amore,  va bene che colpisce dove vuole, ma  Lei, con questa presunzione  di esserne la madre, distribuisce dispiaceri, malumori, tensioni, preoccupazioni, dispetti, paure con le frecce che ti suggerisce di tirare. Ci mette lo zampino anche tuo padre Vulcano con quel fuoco all’estremità della freccia per non sbagliare un colpo. E se poi ammonisci anche Marte, il guerriero che giace con tua madre, di non infarcire gli strali di troppa forza, di andarci cauto, di non fare l’eroe a tutti i costi, e forse questa passione che brucia in tutti voi celesti si smorza, e noi più sereni.  Fate in modo, voi tutti in famiglia, di salvarlo quest’amore e non togliergli la vita. Sapessi qui, sulla terra quante cose passano per amore che sono tutt’altro. Per San Valentino prenditi un po’di tregua, rivisita solo le coppie già in corso d’opera, non ne creare altre. E poi ricordati di usare frecce, che volino perfettamente e si librino per l’aria senza deviare. Nel giorno dell’amore, fa in modo che esso trionfi. Poni attenzione e non essere approssimativo. Spero che l’amore vero abbia un posto d’onore e Venere si adoperi solo per storie importanti.

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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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