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Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.

L'affare Sonia 27

“Diciamo che resterebbe in famiglia!” “Capisci che hai rovinato la mia vita?” “Non essere tragico, in fondo ti ho reso ricco, no?”
“L’hai fatta sposare con uno che non ama e ha un figlio mio!”
“Ma che dici?” 
 “Dico che Peter è mio figlio e tu mi hai reso le cose difficili!”
 “D’altra parte sono lo zio della tua amata, potevi dirmelo prima, potevo aiutarti”.
“Tu con i tuoi sporchi giochetti a manovrare tutti i membri della tua famiglia come pedine”.
“Ognuno porta dentro i suoi fallimenti Santo!"
“Non bisogna dare mai niente per scontato, è questo il segreto Krups. Ti sei cullato pensando che tutto ciò che avevi accumulato fosse la certezza e invece hai perso tutto!”
“Santo ti offro un’ultima possibilità di recuperare Sonia. Cedimi le mie navi ad un prezzo ragionevole. Metterò mani a banche straniere e lei, sapendoti vivo e non ricco, si catapulterà da te!” “No Krups, grazie, questa volta non ci casco. Diciamo che ti ho in pugno. Dopo che ho vinto la scommessa, hai cercato di uccidermi per riprenderti il denaro e perché avevi capito che da quel momento sarei diventato un nome. Hai avuto paura di me, tanta da non lasciarti attraversare, nemmeno per un attimo, dal dubbio che avrei potuto farcela”.
 “Almeno rendimene due, così da lasciarmi vivere ancora quel poco che mi resta Santo, te le pagherò il doppio!” “Krups, sei patetico, adesso sono io ad impartire ordini e farò in modo che tu li esegua altrimenti dirò in giro alcune cosette sul tuo conto che ti faranno scendere dal piedistallo su cui stai da un bel po’. Non fare una parola del nostro incontro con Sonia o te ne pentirai; non azzardarti a dire in giro che Santo Stazio è vivo, sarò io a decidere quando e come dirlo; non intentare causa sul mio conto. E questo è tutto ciò che ho da dirti”.
Krups in un primo momento aveva una tale ira che pensava di riuscire ad ammazzarlo con le sue mani, poi ascoltando le parole di Santo si rese conto di avere davanti un uomo che forse non  conosceva o non lo immaginava così pieno di amarezza, impotente di fronte alla cecità e soprattutto un uomo solo. Ci fu un attimo in cui pensò che almeno una volta nella vita vale la pena dare prova del nostro amore verso il prossimo e stava per dargli la mano perché si era mostrato un vero uomo, capace di resistere alle conseguenze e aspettare il momento giusto per rientrare in scena. Le considerazioni lo portarono a constatare che la sua posizione era invece veramente da biasimare, non c’era stato da parte sua una sola azione di carattere. Chi era veramente da compatire era lui, era lui l’uomo più solo perché senza alcun motivo e a causa dell’invidia più bassa, aveva fatto di Santo la sua vittima scelta. Con la mano appena alzata per andare incontro a quella di Santo, si ritrasse sul nascere, al pensiero di essere un fallito e un uomo non sopporta di prendere atto del suo fallimento.


Alcuni giorni dopo quell’incontro fatidico, Santo riverso sul divano, fuori al porticato, guardava per l’aria le ombre dei suoi occhi. Pensava a suo figlio, un maschio! Che sensazione. Due lacrime scesero dagli occhi bui quasi a renderli più vivi e a spazzare via il dolore come le ombre che impedivano di vedere. Paloma di sottecchi vedeva il padrone e sembrava volesse piangere anche lei, poi facendo finta di niente gli si avvicinò e gli offrì un bicchiere di birra fredda: “Su padrone, manda giù quest’elisir e vedrai che la malinconia passerà”. “Paloma questa è la cosa che un cieco non accetterà mai: essere spiato nei momenti in cui non vorrebbe e non potersi difendere!” “Questo potrebbe essere anche un punto a suo favore perché induce gli altri a mettersi nei suoi panni e sentire sulla propria pelle i pensieri che lo attanagliano. Tu sai che ti voglio bene come un figlio e come una mamma so che soffri molto. La sofferenza è per un animo sensibile Santo, non per tutti e la tua la si sente nell’aria, la si respira come il profumo dei fiori a primavera. Bisognerebbe portare qui le tue ragazze, ti farebbero compagnia”.
Come un bambino si aggrappò a Paloma sfogando il suo dolore nel suo grembo. In quel momento si sentiva il bambino che non era stato e il profumo di cucinato impregnato nella stoffa lo riportava a sua madre, ricordandosi di non essere stato quasi mai abbracciato da lei come faceva ora Paloma. Il pianto lo rese più leggero, tranquillo, più vero, più forte.
“Paloma starai pensando di avere un padrone che è piuttosto un bambino!”
“No signore, penso di avere un padrone che è un vero uomo! Forte non significa essere duri ma dare ascolto a quello che dentro parla, che come un bambino ci pone sempre tanti quesiti. La tua forza nasce dal fatto che sai ascoltare la vita e cerchi di dare delle risposte”. 
 “Paloma ho un figlio con Sonia e non posso vederlo, turberei la sua serenità e lo confonderei. Sonia potrebbe pensare che andrei da lei per mio figlio e non perché la amo”.
“Santo tu devi lasciare lavorare il destino. Diceva il mio caro padre Sanchez che l’uomo deve ascoltare il proprio cuore al tramonto, quando in lui ci sono i pensieri migliori, perché alla fine della giornata è come la fine della nostra vita e produciamo le cose più belle perché c’è in noi la speranza. Durante il giorno c’è il caos ma a sera, con la quiete e il tramonto del sole siamo più veri. Tu adesso dovresti pregare per riavere la vista così che tu possa osservare il tramonto e ritrovare te stesso”. Nell’attesa che il destino lavorasse per lui come diceva Paloma, Santo non poteva fare a meno di pensare a Sonia e decise di partire per Santa Cruz, per sentire il profumo dei luoghi in cui si aveva incontrato Sonia. Filippo prenotò lo stesso hotel dove era stato la prima volta. Quando fu lì, si affacciò a quel balcone dove anni prima aveva udito voci e suoni piacevoli. Paloma fece il suo angelo custode ed erano come una piccola famiglia composta da madre e due figli, se non fosse stato per il distacco di Santo nei confronti dei due. Filippo era cresciuto col suo padrone ed era diventato un uomo sicuro di sé e molto vigile, ma non aveva perso la sua vena scherzosa e allegra propria della gente di Sorrento. Da quando il padrone era diventato non vedente, era più loquace e lo rendeva partecipe di tutto ciò che succedeva intorno a loro. Gli raccontava tutto ciò che vedeva in modo ironico e serio, intessendo conversazioni spiritose  ma dette in modo serio da loro. Era come lanciare un amo a Santo, nella speranza che abboccasse per farlo divertire e allontanarlo dalla ormai malinconia di sempre. “Beato te che non vedi perché se tu potessi vedere quello che vedo io i tuoi occhi soffrirebbero di più Santo”. “Ah sì e che cosa vedi di tanto disgustoso?”

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Intervista con l'autrice

Filomena Baratto, autrice del romanzo “L’albero di noce”, Graus Editore, giugno 2017,  nuova versione di “Rosella”, sarà a Firenze il 28 giugno prossimo, nella verde cornice dell’Orto Botanico, Giardino dei Semplici, per la sua prima presentazione.
D Come mai una nuova versione di Rosella?
“L’albero di noce” è la nuova versione di Rosella, pubblicato la prima volta nel 2012. E’ la storia di mia madre, che aveva bisogno di una rivisitazione, una lettura con occhi diversi. Questo accade quando un romanzo resta dentro e fa parte di te, come quei figli che hanno bisogno di cure continue. Così ho chiesto al mio editore di farne una versione nuova a cominciare dal titolo, così come la copertina e il contenuto.

D Quindi, una necessità?
Una necessità anche in previsione del fatto che vorrei diventasse un film, visto che si presta molto a una sceneggiatura. Ci sono temi interessanti come la condizione femminile degli anni 50/60, la descrizione di una società maschilista e piena di pregiudizi, il tema dell’adozione e i suoi risvolti psicologici. Tutto questo intorno alla storia d’amore di due adolescenti che non hanno vita facile.
D Perché questo nuovo titolo?
Alla luce di una nuova lettura del romanzo, analizzandolo da un altro punto di vista, ho riscontrato che c’è un albero di noce che ritorna sempre, dall’inizio alla fine della storia. Mentre prima lo leggevo, oltre a scriverlo, come la storia di mia madre e basta, a distanza di 5 anni, da quando è stato presentato per la prima volta, lo rileggo come una grande storia d’amore che inizia con un albero di noce. Non più solo la vita di una donna, ma anche la storia di due ragazzi alle prese con l’amore, ma soprattutto col mondo adulto che si rivela fatto di pregiudizi e superstizioni, praticità e a tratti falso.
D Come mai la scelta di presentarlo prima a Firenze?
L’idea è nata a Genova,  nell’ aprile scorso, quando sono andata a presentare Just Job alla Biblioteca Berio. Lì ho incontrato un critico d’arte, architetto, curatore di molti eventi interdisciplinari, Beth Vermeer. La storia, il titolo, la protagonista del romanzo ben si inseriva nel contesto dell’evento che stava preparando. Design of the Universe, di cui fa parte Beth Vermeer, è un gruppo indipendente di architetti e curatori, con base in Francia, che concepisce e realizza progetti multi ed interdisciplinari su piano internazionale, per incrementare il dialogo tra le scienze e le arti e per ottimizzarne la sua comunicazione.
D Un motivo per leggere questo libro?

E’ una storia vera, accaduta nel territorio vicano, una storia che fa parte del passato e rivisitarlo non fa mai male. Rileggere fatti e situazioni di un tempo aiuta sempre a capire il nostro presente.

Da Vicoequenseonline

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La marina

E’ piacevole andare per marine quando non sono prese d’assalto per la calda stagione. Sono luoghi intensi, piene di vita, di storie, che parlano attraverso l’acqua del mare, i sassi a riva, le barche ormeggiate, le onde sul bagnasciuga. E’ riposante ascoltare il tremolio delle piccole onde che giungono, si infrangono e ricadono con suono d'acqua canterina. Le barche, poste in disordine con quelle funi dell’ormeggio, dondolano come bestiole legate. E i colori dei legni attirano gli occhi, messi uno sull’altro: pennellate che si lasciano andare oltre i bordi, tonalità passate rapidamente sui fianchi. Barcollano lente nell’acqua cristallina, ricca di pesci che giocano a rincorrersi. Sui bordi stracci colorati, qualche maglia lasciata sbadatamente  dai pescatori, dimentichi, alle prese con la merce da scaricare, e poi una tanica, una piccola bottiglia…Più in là barche sulla sabbia, alcune sottosopra, altre nelle mani dei pescatori per una mano di vernice. 



Un odore di sale irrancidito giunge alle narici, come se in giro ci fossero alici e, mentre guardo, un gabbiano attraversa lo specchio di mare e si dirige verso lo scoglio della Margherita. A sinistra gli ombrelloni allineati, chiusi, dello stesso colore arancione, assumono forme di soldati pronti a spiegarsi. La spiaggia deserta, la sabbia umida, lo stabilimento all’ombra, pone al riparo dalla voglia di bagnarsi in un mattino lento a carburare. In lontananza la scogliera fa da confine al mare e al cielo e chiude la rada in un giro di boe colorate. Marina! Il silenzio e i movimenti lenti producono malinconia. Attendono…giorni che passano uguali sulle cose. Anche la fune, che tiene stretta la barca alla banchina, è sfilacciata, sta lì da tanto, ma regge al tempo con pazienza, anche umida e slabbrata. Giù nell’acqua qualche alga, pesciolini e onde al galoppo. Scivola sull’acqua un gabbiano che preleva la sua preda e si rialza in volo. Qui c’è un mondo intero, un silenzio che parla da solo. In esso si confondono i pensieri, la luce del sole che avanza risveglia e sostiene. Marine, luoghi di venti, tempi lenti, bambini al gioco in riva al mare, di mattino presto prima che il sole arrivi. Pescatori allineati sulla scogliera con retini e ami riempiono il secchiello che trabocca di pesci monelli, che schizzano, giocano, sbattono. Viandanti solitari scalzi, attraversano la battigia con la testa lontano, portano in mano ciabatte consunte dal sale. Su tutto si alza l’orizzonte a dare un confine ai pensieri e ai colori. Marine, ricordano gli odori della nostra infanzia, le ciambelle colorate, secchielli e palette. Sanno  della fatica del mare che sbatte a riva, della sabbia che subito si asciuga e diventa d’oro. Marine di pietre e di terre bruciate, di pesci raccolti nei secchi e steccati con i panni di pescatori ad asciugare. Marine che sembrano luoghi incantati, di libertà e di sogni, dove una volta c’erano i volti di quelli che non ci sono più. Marine a ricordarci del tempo passato e che non ritorna. Guardiamo l’orizzonte fermandoci su quella linea come se dovesse dirci qualcosa sul nostro conto. Tutte lì le speranze, lontano, in un posto dove ancora non siamo stati.

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L'ALBERO DI NOCE




Una nuova veste al mio primo romanzo, “Rosella”  del 2012, con un nuovo titolo, “L’albero di noce”, nuova copertina, contenuto rivisitato.  Il titolo nasce da una nuova lettura della storia vista da un punto di vista diverso rispetto alla prima pubblicazione. Nuovi elementi assumono aspetti rilevanti,  come un albero di noce testimone di un amore.  L’albero simbolo di vita, di unione familiare, di radici, di passato, presente e futuro, accompagna simbolicamente i protagonisti lungo il cammino cui sono chiamati. Una storia lunga tre generazioni, che mette a nudo la condizione della donna nella società degli anni sessanta. Personaggi femminili forti, volitivi, sensuali in un mondo che non lascia spazio ai bisogni delle donne. Un affresco di vita dalla crisi del dopoguerra al boom economico degli anni sessanta. L’albero di noce, Graus Editore, giugno 2017.









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Ciliegie

Tonde, piccole, rosse, a grappoli, dolci, aspre, sono le ciliegie, frutti deliziosi che a maggio hanno la loro fioritura completa.
Sono la mia passione! Le adoro, ne mangio a volontà, costi quel che costi. Una volta cominciato, non mi fermo più. Mio padre ha tre alberi di ciliegie che ha piantato ai bordi delle terre. Sono tre alberi l'uno accanto all'altro che maturano in tre tempi diversi, sebbene di poco. Raccogliere le ciliegie, soprattutto dall'albero posto al centro è una vera impresa, se non altro per la difficoltà di appoggiare la scala al tronco e gli alberi affacciano su di un terreno a strapiombo, per cui se la scala scappa si cade nel vuoto. Questo significa che la parte di albero che affaccia nel rivo è sempre piena di frutti che non vengono colti con mia grande dispiacere. Dico sempre  mio padre che li ha piantati nel posto sbagliato, mentre lui è convinto che si trovino al posto giusto. Quando le raccogliamo sono più quelle che mangio che quelle che ripongo nel cesto. Mi piace l'odore delle foglie di ciliegio, col bordo orlato, lanceolate, sotto le cui lamine si nascondono rosse palline a grappoli. Spesso bisogna fare delle flessioni per arrivare a scovarle su, in mezzo ai rami. Peccato che abbiano vita breve, durano appena qualche mese e bisognerebbe mangiarne tutti i giorni per non restare a bocca asciutta appena finisce la raccolta. Le ciliegie sono il cibo preferito degli uccelli in questo periodo, le beccano sin dal mattino lasciando i loro segni nella polpa. Anche se si nascondono sotto le foglie, all'ombra e sui rami più alti, gli uccelli riescono a colpirle. Scendono in picchiata di buon mattino o nel pomeriggio e si danno un gran da fare. Quando le raccolgo, quelle beccate le metto a parte, lasciandole per la marmellata, mentre quelle grosse, rosse e sode finiscono in bocca senza nemmeno sciacquarle. Poi, dopo grandi scorpacciate, finiscono proprio quando ci avevi fatto l'abitudine ad averle sul tavolo.Le ciliegie sono irresistibili e quando sull'albero restano solo le foglie, allora già si pensa all'anno prossimo.






L'affare Sonia 26

Una volta che tutta la flotta di Krups fu nelle sue mani, Santo si ritirò sulle colline di Sorrento. Abitava in una villa ristrutturata presso Massa Lubrense con Paloma, ormai fedele donna della sua casa, Filippo, suo grande amico e maggiordomo e Zack. La vita scorreva serena scandita dalle brezze marine, dal profumo di cucinato, dalle scorribande di Marika e Federica, ormai grandicelle. I suoi occhi erano sempre al buio, un buio che aveva le sembianze di una specie di auto punizione, di costrizione a non voler vedere, lui che aveva visto così tante cose nella vita. Il pensiero fisso era quello di Sonia con Peter, ma non avrebbe fatto nulla per sconvolgere la loro vita, così come non poteva fare a meno di pensare a lei, ai giorni che passavano e all’impossibilità di riaverla. Pregava per suo figlio affinchè crescesse forte e sano e con buoni propositi. 

Periodicamente Filippo andava in America per avere notizie di suo figlio: come cresceva, i progressi fatti, gli studi. Questo non gli ridava suo figlio, ma teneva i conti sulla sua vita, come se, conoscendone ogni passo, potesse sentirlo più vicino. Gran parte del suo tempo lo passava ad informarsi. Il tutto in modo silenzioso e attento, come fosse un ladro di notizie e come se andasse a importunare qualcuno su qualcosa non di sua pertinenza. Ben presto si recò in Svizzera, dove si affidò alle cure del dottor Sorel, il quale, gli confermò che gli occhi erano in grado di poter vedere ma c’era stato un trauma che aveva leso i centri nervosi. Volle mettere in atto tutte le strategie per recuperare e, visto che così niente sarebbe cambiato, si sottopose a un delicato intervento chirurgico che durò molte ore. Alla fine del decorso ospedaliero il chirurgo si mostrò fiducioso. Al momento di togliere le bende, Santo si accorse che nei suoi occhi c'erano tante macchie che navigavano come in un oceano. Buio e luce si alternavano disordinatamente impedendo di capire se avesse visto o meno. Ritornato in Svizzera, il dottor Sorel gli disse che poteva sperare nella vista perché l’intervento era perfettamente riuscito. Egli attese con pazienza ma non si fece alcuna illusione visto che era abituato al suo buio. Talvolta Filippo gli faceva boccacce per vedere se riusciva a vederle, ma Santo era completamente al buio e sfortunatamente non ne vedeva nemmeno una.
Dall’altro capo del mondo Krups ripensava al capitano Gargiulo e al suo porgersi agli altri così pacatamente, sempre al posto giusto, al momento giusto e, più pensava a lui, più si irritava. Era invidioso della sua fortuna, della sua capacità nel portare a termine buoni affari. Quel suo modo di fare così familiare gli ricordava Santo Stazio. Sapeva che era l’ombra di Stazio che lo opprimeva, il suo ricordo lo attanagliava e gli metteva il malumore. Poi, come per incanto, gli si svelò l'arcano e non potè fare a meno di mettere a confronto i due uomini,  concludendo che vi era tra loro una forte rassomiglianza. Dopo questa analisi del personaggio in questione, ritenne opportuno che era il caso di sorvegliare il signor Gargiulo per sapere qualcosa in più sul suo conto o carpire piccoli segreti che gli permettessero di definirlo meglio. Così inviò degli investigatori a Napoli sulle tracce del comandante per avere informazioni su di lui. Non ci volle molto per capire che l’uomo in questione non era altri che Santo Stazio. Non era morto, si era salvato da un incendio disastroso. Per Krups fu una tempesta a ciel sereno. Molte cose non gli tornavano o forse cominciava a capire qualcosa in più, che fino ad allora gli era sfuggito. Subito partì per l’Italia per affrontare l’uomo che gli stava togliendo il sonno e forse la vita, se non lo avesse fermato in tempo. Accompagnato da alcune guardie del corpo arrivò nel porto di Napoli con una nave di un suo amico. Appena sceso a terra, si infilò in una Mercedes coupè che stava lì ad attenderlo e si diresse alla compagnia assicurativa presso la quale aveva siglato la polizza per la sua scommessa. Lì apprese che Santo aveva a sua volta scommesso su ciascuna delle navi che nel giro di un anno sarebbero diventate sue e per ognuna riscuoteva una cifra considerevole, perché fino ad allora aveva tenuto fede a tutte le sue promesse. Aspettava di cedere entro qualche mese le rispettive polizze del “Faro” e il “Gabbiano”. Non poteva credere ai suoi occhi: Santo si stava vendicando di lui. Accompagnato dalle sue guardie si diresse al palazzo di vetro dove il fittizio capitano Gargiulo aveva i suoi uffici a via Marina. Nel parcheggio sottostante al palazzo gli fu detto che Stazio era lì in ufficio. Pensò di aspettarlo per fargli una sorpresa all’uscita come immaginava dovesse essere per il comandante. Verso le diciassette, Stazio, accompagnato da Filippo e un nugolo di accompagnatori, si affrettò a salire nella sua Mercedes parcheggiata di fronte all’auto già in moto di Krups. Filippo era alla guida e quando questi incrociò lo sguardo di Krups sgranò gli occhi così tanto, da innestare la marcia con una tale veemenza che le ruote slittarono in modo come non gli era mai successo. Zack si alzò sul sedile posteriore e Santo non ci mise molto a capire cosa stesse succedendo. Da buon marinaio pensò che Krups aveva impiegato anche molto a capire che Gargiulo fosse Stazio. Diede ordine a Filippo di toglierselo dai piedi. Filippo gli riferiva le mosse del nemico e che krups lo inseguiva. La storia di Giuseppe Gargiulo aveva retto per parecchio tempo. Saliti dal garage, Filippo girò a destra senza pensarci due volte, pochi metri dopo svoltarono a sinistra e di nuovo per via Marina verso l’autostrada che li avrebbe portati a Sorrento. Krups inseguiva Santo con qualche difficoltà dovuta al fatto che non conosceva bene i meandri di Napoli e non era abituato agli slalom dei napoletani, né alle corse sfrenate per evitare i semafori. Santo diede ordine di dirigersi verso Sorrento senza alcuna sosta, mentre Zack assunse le sembianze di un uomo che controllava l’inseguitore ma poi guardava anche la strada da fare per depistarlo. Santo, ormai smascherato, sentì il bisogno di parlare con Krups. Una dietro l’altra le auto sfrecciarono sull’asfalto come meteore e usciti dall’autostrada furono inghiottite dal traffico della costiera. Dopo un’oretta erano giù al porto di Sorrento protetti dal mare e da sguardi indiscreti. Si trovarono con le auto l’uno di fronte all’altro, ma Santo non ebbe paura di affrontare lo squalo,anzi, in quel momento, con quello che aveva perso, Krups era solo un piccolo tonno.

“Così saresti il capitano Gargiulo! Devo convenire che hai sempre avuto fegato e ti ho sempre invidiato perché è quello che è mancato a me!” 
 “Invidi anche il mio stato di salute attuale?” 
 “Questo non lo sapevo! Arguivo che poteva esserti successo qualcosa del genere, ma non sapevo cosa! Vedo solo ora che la ricchezza ti ha reso cieco”. 
 “Tu mi hai reso cieco! Hai voluto fare il doppio gioco con me ma non ci sei riuscito”.
“Devo dire che ho avuto fiuto quando ho scommesso su di te! Sei un vero uomo di mare. Peccato che abbia dovuto pagare un prezzo!” 
 “Il vero prezzo che ho pagato è Sonia”. Tu me l’hai strappata due volte e ti sei servito di lei per i tuoi sporchi affari”. “Sonia, la mia povera Sonia! Ma se sei così innamorato di lei, adesso che hai tutti i miei soldi perché non la riconquisti, non le racconti che sei vivo?”
“Vorresti questo per riconquistare il patrimonio?”


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Presentazione alla Berio di Genova

Due giorni intensi  a Genova per presentare il mio ultimo romanzo Just Job alla Biblioteca Berio
Genova è la città in cui è ambientato la storia ed era doveroso presentarlo proprio qui. Una città scelta sin dall'inizio  per il porto, il mare, la costa, la storia, il luogo così particolare.
La Biblioteca in via del Seminario 16 è una struttura imponente con diverse sale convegni e di lettura. La Sala Lignea è molto grande, ricca di volumi tutto intorno alle pareti.
 Giù, a piano terra, i ragazzi studiavano sul prato e sulle panchine sotto i  primi raggi del sole di aprile, generoso e luminoso. La Sala è fornita di schermo e proiettore, ben illuminata, con una buona visibilità anche da lontano. Ho chiesto al bibliotecario come pubblicizzano gli eventi. Come mezzi di diffusione usano la bacheca all'ingresso della struttura dove affiggono le attività della Biblioteca, così che tutti possano leggere gli eventi. Quando sono arrivata hanno consultato il registro delle prenotazioni: nella stessa giornata ci sono eventi diversi nella struttura. L'evento è stato riportato dal giornale di Genova Il Secolo XIX così come ho appreso dai presenti. A presentazione iniziata,  mi ha colpito un signore seduto in ultima fila che più che ascoltare pendeva dalle mie parole come se volesse sentirsi proprio quelle che stavo dicendo. La sua presenza si è rivelata preziosa, elemento trainante della serata. Non solo ha partecipato, ma poi, alla fine, ha posto una serie di domande facendo capire che quel protagonista della storia, Marcello, poteva essere lui. Quando gli ho autografato il romanzo, mi ha confessato che sapeva dell'evento sin dal mattino per aver letto  la notizia sul giornale e leggendo rapidamente la trama del libro ha detto:"Questo sono io". Pendeva dai miei discorsi, annuiva, si ritrovava nelle parole. Mi ha confessato che gli era accaduto esattamente quello che era successo a Marcello, il protagonista di Just Job.  Aveva perso il lavoro e  la stima di se stesso, fino a quando non ha rispolverato la sua vecchia passione per la pittura. Sì, la pittura, un'arte, che molto spesso non può dare da mangiare e di cui lui ne ha fatto un lavoro, così ben avviato con cui adesso ci vive. Ho scoperto poi che si tratta di un pittore genovese affermato. La sua partecipazione non solo è stata di esempio, ma ha confermato tutto quello che il romanzo racconta. Le sue parole sono servite a chiarire e ad approfondire gli argomenti. Lo spirito della serata è stato quello giusto e, avere un "Marcello" vero tra il pubblico  con cui condividere  quello che avevo scritto, è stato come avere un motivo in più per scrivere questa storia. Peccato che, presa dai contenuti e dal trattare con lui l'argomento, non abbia pensato di riprendere ciò che raccontava Davide, il pittore. Sarebbe stata una bella risonanza, vissuta proprio nella città in cui ho ambientato il romanzo. Relatrice la dottoressa Alessia Cherillo che, dopo aver presentato la Casa Editrice Graus e me come autrice, si è alternata nell'esposizione dei fatti  rimarcando gli aspetti salienti. Dare forma a un romanzo da un'idea in nuce, e svilupparlo in modo completo dando vita non solo ai personaggi e alle situazioni ma renderlo poi vivo in un luogo che non ti appartiene ma che rendi aderente alla storia e, parlarne dopo, a romanzo ultimato, nello stesso posto in cui lo hai collocato, è una sensazione unica e indescrivibile. Genova racchiude un po' il punto fermo con questo romanzo, dove il cerchio si chiude. E quando l'altro giorno sono entrata nel bar di Lucio e ho appreso che si chiamava come uno dei protagonisti della storia, è stato un piacevole riscontro avendo io tutta la vicenda del libro in testa e tutti i personaggi che ancora mi ballano dentro con le loro vicissitudini. E' come prolungare gli effetti della storia e non volerli mai lasciare, proprio come dei figli a cui hai dato vita e vedi ora autonomi di agire come meglio credono. Davide che si sentiva come Marcello, Lucio il barista come il pescatore, io a Genova come  in una città conosciuta da sempre, sono solo piccoli incantesimi che un libro rende. Un libro che non si finisce mai di raccontare, dove i personaggi continuano a vivere. Scendendo per le stradine ombrose, prive di sole, fino al porto, il giorno dopo la presentazione, sembrava di vederci Marcello correre per la città magari per andare a trovare Francesco, l'amico di sempre, o Federica che si recava in libreria Montale, e ancora Daniela. La mia amica accanto, nella sua eleganza sembrava Catherine, l'amica di Federica e io in mezzo a loro come deus ex machina che mi arrogavo il diritto di muovere i loro fili. Presentare a volte rende soddisfazioni che vanno oltre, che non si possono comprare, nè vendere, ma solo sentire. Scrivere è una magia unica, una simbiosi tra chi racconta e chi legge e le emozioni che produce sono così forti che non possono essere prodotte in altri campi. Davide ne è stato l'esempio più bello: andare a Genova e trovare un "Marcello" vero che accorre alla presentazione per essersi riconosciuto nella storia.

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