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Cara nonna

Cara nonna
mi mancano  le tue chiacchiere, la tua ironia, le tue storie mentre mungevi ed io adagiata sulla paglia a farti tante domande, i tuoi abbracci quando prendevo la rincorsa da lontano. E vuoi mettere le tue merende sul prato fatte di pane e formaggio, le discese a piedi giù dai monti e i nostri discorsetti nelle gole della montagna, sedute ad ammirare il mare? Sembra un vecchio ritornello che racconto continuamente, ma i ricordi belli lo sono per sempre. Ti ricordo mentre fischiettavi sotto la fascina d'erba, sempre allegra, senza mai accusare la fatica e mai negare un sorriso. E poi quel grembiule da lavoro, meglio di una bacchetta magica! Con le mani nascoste nelle tasche tiravi fuori l'impossibile: frutta, soldi, caramelle, cioccolate, spilli, cannucce, biglie, uova...insomma, eri una vera fata. Ma quello che qui manca più di tutto sono i nostri momenti di gioco. Sì, tu seduta sulle scale ed io a rotolarmi addosso mentre si parlava, si rideva, si facevano anche discorsi seri.  


E vogliamo parlare delle buone colazioni che mi portavi a letto? Vassoi come coperchi di bidoni con su l’impossibile, tra cui latte caldo, biscotti, uova, banane, marmellata, a piccole dosi, un po' di tutto e tu vicino a me sul letto a guardare come lo svuotavo. Mi piacerebbe ritornare per qualche ora a quei pomeriggi, anche adesso dovresti fare un tuo incantesimo come allora mi dicevi:”Non ti preoccupare, facciamo tutto!”  Si dice che amiamo le persone per come  ci fanno sentire al loro cospetto ed io mi sono conosciuta per quello che sono quando ero con te. Ti devo ringraziare della bella presenza che mi hai dato e sono stata fortunata ad avere un contatto umano 24 ore al giorno. E poi vuoi mettere le risate di cui erano ricche le giornate? Non ricordi? Si dal medico quando gli dicevi che mi vedevi sciupata e bianca mentre sprizzavo salute da ogni poro e il medico ti rifilava le belle fialette di Be-total che aveva sulla scrivania. Arrivata a casa ne davo più della metà al cane. O quando piluccavo, a sera, appoggiata alle tue ginocchia, distesa, tutto il pane dalla tavola e tu non capivi come finisse in un momento credendomi a dormire. Perché proprio oggi mi ricordo di te? Perché è il tuo onomastico e a casa mangiavamo le famose paste miste, nel pomeriggio quando venivano a trovarti i parenti. Perché me lo ricordo? Perché potevo bere il Vermouth e puntualmente mi girava la testa. Se dovessi descriverti con un fiore saresti una margherita proprio come il tuo nome. E di margherite facevi le ghirlande quando andavamo nei prati, intrecciandole ed io me ne riempivo come la Primavera di Botticelli. Se il tempo fosse un giocattolo riavvolgibile, vorrei riportarlo ad allora per riprendere momenti indimenticabili. Pascolando per la memoria trovo tanti ricordi di cui nessuno triste, o se c’è stato, sarà stato così insignificante che non lo ricordo. E poi le nostre uscite, tutte belle preparate, tu col tuo profumo di pino silvestre, io di sapone, con gli abiti della domenica, per mano, ridendo e scherzando per la strada. E non farmi ricordare quella enorme bagnarola che riempivi d'acqua calda per farmi il bagno ed io a ora con la spugna e il sapone ne combinavamo di tutti i colori.
Tanti auguri nonna!

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Lettera a Cupido


Caro Cupido con frecce e faretra pronto a scoccare la scintilla in chi ancora non ha provato gli strali dell’amore, oggi credo che sia il tuo giorno. Ma dico, lo sanno gli altri che poi non è un bell’affare cadere nella rete dell’amore? Lo sanno che non è sempre così idilliaco come vuol farci credere, che si litiga, che si piange, che si sta male? La gente vuole innamorarsi  e non vede l’ora.  Ma l’amore non è una calma piatta, bensì un mare in burrasca. Sarebbe ora che tu la smettessi di illudere gli innamorati e dire come stanno realmente le cose. Che l’amore è dolce finchè dura, che la passione scema, che la ragione prevale, che il bello finisce, così anche il dolce e resta la cenere. L’amore dovrebbe essere, alla fine, proprio quella cenere su cui, appena soffi, arde di nuovo. Il vero amore è così. Ma tu porti in giro favole incredibili, gonfi la passione a più non posso, ti fai maestro di bellezza e di gioventù, mentre l’amore è ad ogni età, in ogni luogo, e può nascere dove vuole. Solo in questo hai ragione. Tu vai dove vuoi.  

Anzi vorrei che ci fosse la festa del  “ Valentino”che sana, che si prenda cura delle pene, per le ferite che spesso lasci in molti innamorati. Diciamoci la verità, questo è un vero e proprio campo di battaglia. Tu credi di fare un favore e portare fortuna e invece arrechi, molto spesso, una serie di delusioni. L’amore è come una malattia, fa stare male e ci pone senza difese. Chi sta bene non si innamora, si innamorano quelli che si trovano a metà di se stessi e hanno bisogno di completarsi, i sani stentano ad innamorarsi. Quando accade siamo, appunto, deboli, come tanti convalescenti, ma consapevoli di non voler guarire. Vorrei che tu andassi in giro  a raccontare anche quello che succede con l’innamoramento. Quante coppie hai rovinato che ancora ricordiamo. Dillo, cosa ne hai fatto di Giulietta e Romeo? Eh??? Che storia d’amore finita tragicamente. Due ragazzini nella morsa della morte. C’è rimasto solo il balcone a Verona. Tanto impegno nel lanciare la freccia e poi ne hai fatto una storia dalla fine ingloriosa. E di Lancillotto e Ginevra? Ti sei divertito, ma quanto male hai fatto! Una distrazione fatale. E Dante con Beatrice? Mi dici a che ora hai scoccato la freccia? Eri assonnato, avevi mangiato molto? Be’ nemmeno hai guardato dove tiravi! Hai messo una bambina nel cuore del poeta, che la rivede dopo nove anni e  quando lei non ci sarà più, Dante continuerà ad amarla e addirittura le parla nei sogni. Hai reso quell’uomo un povero visionario: vedeva Beatrice in ogni luogo, in ogni opera, in ogni azione. In tutto questo disastro che hai procurato c’è di buono che il poeta, nella spinta di seguire la sua donna, ha prodotto opere preziose.

E vogliamo parlare di Tristano e Isotta? Cosa hai combinato! Ti sei servito di una pozione magica per farli innamorare  e poi li hai messi nell’impossibilità di amarsi. Una freccia anche questa maledetta!  E come non parlare di Otello e Desdemona? Hai accecato così tanto Otello di gelosia che ha finito per uccidere la sua donna. Io credo che tu la debba smettere di chiamare amore i tuoi capricciosi colpi bassi. Cosa hai fatto di questo amore eh? Rispondimi! Ucciso, come tutti gli altri! Te ne vai baldanzoso e finto innocente, girando come un bambino dispettoso e facendo dell’amore un’energia così intensa che produce effetti opposti a quelli desiderati.  Certo non è colpa tua, ma sarebbe ora che tu intercedessi per noi con tua madre Venere e le raccomandassi di calmarsi per un po’! Di prendersi una vacanza! L’amore,  va bene che colpisce dove vuole, ma  Lei, con questa presunzione  di esserne la madre, distribuisce dispiaceri, malumori, tensioni, preoccupazioni, dispetti, paure con le frecce che ti suggerisce di tirare. Ci mette lo zampino anche tuo padre Vulcano con quel fuoco all’estremità della freccia per non sbagliare un colpo. E se poi ammonisci anche Marte, il guerriero che giace con tua madre, di non infarcire gli strali di troppa forza, di andarci cauto, di non fare l’eroe a tutti i costi, e forse questa passione che brucia in tutti voi celesti si smorza, e noi più sereni.  Fate in modo, voi tutti in famiglia, di salvarlo quest’amore e non togliergli la vita. Sapessi qui, sulla terra quante cose passano per amore che sono tutt’altro. Per San Valentino prenditi un po’di tregua, rivisita solo le coppie già in corso d’opera, non ne creare altre. E poi ricordati di usare frecce, che volino perfettamente e si librino per l’aria senza deviare. Nel giorno dell’amore, fa in modo che esso trionfi. Poni attenzione e non essere approssimativo. Spero che l’amore vero abbia un posto d’onore e Venere si adoperi solo per storie importanti.

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Itarella e altre storie...La dieta s'ha da fare

Itarella sale in treno con l’amica e la figlia. Ha l’affanno, ancor di più per la piccola in braccio. Dopo aver sistemato tutte le borse e le valigie, si siede. Tutti la guardano per la sua spiccata capacità di mantenere la scena. Attira l’attenzione per come gesticola a come ti guarda a come tratta la figlia e, una volta che ha catturato l’attenzione, non puoi più togliergli lo sguardo di dosso. Dalla faccia è delusa e quasi ha perso il buonumore. Questa volta è vestita di nero, total black, e me ne chiedo il motivo. Non finisco nemmeno di pensarlo che l’amica mi precede:
“ Itarè, ma chi ti è morto che stai a lutto?”                                                                                                                                          Disegno di F.Baratto               
“Si vede, eh? Dicono che il nero snellisca. Il professore mi ha fatto una “monnezza”…e poi guardandosi intorno, “una spazzatura”, mettendosi le mani a fianco della bocca come chi vuole che la voce arrivi lontano. ”A me, hai capito?”
“Perché che ti ha detto?”
“Che mi ha dettoooo???? Che cosa non mi ha detto! E’ stato un monologo, io non ho proprio “spirato”, gli ho solo detto che sono una buona forchetta e una buona cuciniera!”
“Cuoca, Itarè, si dice cuoca, non confondiamo, tutt’al più, chef!”
“Eh già, camm’a fa’ con questo francese! Vuoi mettere cuciniera con chef? Mo va di moda lo chef con le stelle. Ma pecchè i francesi cucinano meglio di noi? Quelli vanno avanti a brodaglie. A me ‘e cose sciacquose non mi piacciono. Devono essere consistenti e allora dico cuciniera…pe dì che sto azzeccata con la cucina! E poi cuoca, chef o comme cavolo si dice, io ho detto al professore: “Prufessò, io vengo dal sud, per noi la cucina è sacra, è un altare su cui offriamo sacrifici”.
E lui mi fa:”Sacrifici di chè?”                                                    
“Comme di chè, professò? Ma di pranzi e che pranzi! Io vengo dal paese dei cuochi dove regnano parmigiane, gnocchi, crocchè, pizze…prufessò a pizza, comme si rinuncia a una pizza? “
E lui:” Mi dica quanto è alta?”
“Prufessò sono 1 metro e 56 cm per 90 chili!”
“Ecco, i numeri parlano da soli, lei dovrebbe essere 55 massimo 58 chili e invece ne pesa 30 in più, che deve togliere!”
“Il professore mi ha guardato con una faccia come se avesse voluto uccidermi. E io a raccontargli che sono mamma di famiglia, che devo cucinare, che ai fornelli devo assaggiare, che i profumi mi invitano, che dopo aver comprato le cose e cucinato, le mangio con maggiore gusto. Niente. Non mi ha proprio preso in considerazione. Per tutta risposta mi dice:” Signora il cibo è causa di malattie tremende come il diabete, alza i trigliceridi, il colesterolo, la glicemia!”
“E allora professore quei cuochi che pesano un quintale e continuano a mangiare e a mangiare come se il problema non fosse loro, che ne dice?”
“ Adesso qui c’è lei che sta chiedendo aiuto e io glielo sto dando. Il peso è un grosso rischio per il cuore, le arterie e le ossa”.
“Prufessò me state trattando una schifezza. In questo momento mi fate sentire una ladra!”
“Vediamo, mi dica cosa mangia!”
“Prufessò, io nun mangio proprio niente: a colazione me mangio o cornetto e Rafiluccio abbascio o palazzo, Omar me lo porta tutte le mattine. Poi me piglio due caffè, uno con il cornetto e un altro alle 11. E po’ basta! A mezzogiorno mangio una bella grazia di Dio: un piatto di pasta al sugo con due tracchiulelle di Giacomino a ‘reta a funtana, qualche cuoppo avanzato e una mozzarella di bufala! Professò o salumiere mejo me porta ‘na mozzarella che scorre latte p’a via!”
“Signora, ma le verdure?”
“Uh dottò, c’amma fa cu’ ste verdure, nun se ne scendono proprio. Mi piacciono e patatine fritte col kechup!”
“Assolutamente no! E a sera? Cosa mangia?”
Prufessò a sera me mangio ‘na cosarella, giusto per non andare a letto digiuna. Allora me faccio ‘na pastinella, un ovacciuolo in padella con 4 sottilette, ‘na frutta. Ma a me piacciono le mele cotte e, per chiudere in bellezza, un pezzo di cioccolato svizzero, quello della mucca!”
“Signora, col suo cibo ci mangia una squadra di pallone!”
“Pensa mi ha detto che devo perdere liquidi! Ma tu li vedi questi liquidi? Io sono tonna tonna. Gli ho chiesto cosa devo mangiare e ha detto che la colazione deve essere abbondante, da re, e la cena parca! Ma che è sta “barca?”
“Parca, significa povera!”
“Uno deve andare a letto sazio e non morto di fame, che parca e parca, io voglio una colazione a cappotto. O cornetto è sacro, chillo e Rafiluccio è divino!”
“Ma tu la vuoi fare o no questa dieta? “
“ Eh chè non la voglio fare? L’estate prossima devo mettere un costume firmato ultimo grido che quando passo si girano tutti”.
“Ci sarà da lavorare allora Itarè. Per non sapere quanto si è preso il tuo professore?”
“Nun tanto, appena 150 euro…Mi ha pesato, mi ha misurato, mi ha ispezionata, mi ha fatta pezzo pezzo. Ha misurato la mia ‘dipe con un macchinario. Poi ha fatto un progetto a computer di come agire su di me. Mamma mia che grande cosa. Un computer si è preso i miei dati e dopo sono uscita lì dentro, dicendomi come devo diventare. Che grandezza di Dio questa tecnologia!”
“Embè Itarè, mangiare ti costa due volte, prima la spesa che fai e dopo per dimagrire. Ti conviene pensarci alla spesa, così risparmi e non ingrassi!”
“Parlate facile voi che avete sempre da giudicare. I problemi non stanno mai come li vedete. E quando si mangia per solitudine non lo calcoli? Allora sei obbligata a farmi compagnia e così io parlo e non mangio. Anche tu sei responsabile della mia mole. Gli amici sono responsabili dei problemi altrui! Vabbè?”
“Adesso non esagerare. Cerca di dimagrire che sarai anche più bella!”
Itarella fa una smorfia per dire che ce la metterà tutta.

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L'affare Sonia 24

“I figli seguono per la maggior parte le orme dei padri e anche Peter lo farà, non temere, è un processo naturale. Penso piuttosto che tu non debba sottolineare in modo così preciso il suo carattere, altrimenti insospettirai Jeffrey che è all’oscuro di tutto. Ha grandi progetti per il figlio e devi assecondare le sue premure e paure come ogni padre. Devi permettere a tuo figlio di avere questo padre che si trova, senza cambiare le carte in tavola. Dimentica che Peter è il figlio di Santo”.
“Hai ragione zia, devo fare in modo che padre e figlio leghino di più, d’altra parte Jeffrey è così dolce!” “Appunto”. “Domani lo porterò in ufficio da lui in modo che cominci sin d’ora a familiarizzare con il suo lavoro”. Il giorno dopo negli uffici della compagnia, giunse Santo sotto le mentite spoglie di Giuseppe Gargiulo.

Era ben vestito e mascherato di capelli più folti e baffi, occhiali per evitare la luce e anche la curiosità del prossimo quando sentiva che era non vedente. Nessuno doveva riconoscerlo ed era già tanto che ci riusciva. Quegli affari riuscivano bene per la sua maschera ben portata, forse anche sentita. Non aveva più l'animo del bel tenebroso di prima, ora la vita scorreva per gli affari, solo per quello, che era anche l'unica cosa che gli era rimasta. “Signor Connelly", chiese, con a fianco Filippo che lo scortava anche nel più piccolo spostamento, "ho saputo che suo zio, il signor Krups si trova in qualche difficoltà e vorrei poter rilevare delle navi, mi interessano tutte. Avrei bisogno di navi da carico o passeggeri di media portata”.
“Signor Gargiulo, è una fortuna la sua offerta, ma al momento sono disponibili solo navi di grande stazza e non so se fanno il suo caso”. “Cosa propone signor Connelly?” “C’è la Maryland e la Wolf disponibili subito, appena scaricate. Per l’aspetto economico bisogna consultare lo zio di mia moglie”. “Mi dica quando posso tornare?” “Domani pomeriggio, quando sarà di ritorno da Singapore”.
“Allora a domani”. Mentre i due si salutavano bussarono alla porta Peter e sua madre. Sonia riconobbe l’armatore Gargiulo e lo salutò calorosamente. “Vedo che vi conoscete! Fece Jeffrey”. “Si, il signor Gargiulo ha acquistato la Noias a Santa Cruz”. “Si, adesso ricordo”.
Santo a sentire Sonia quasi si irrigidì e afferrata la sua mano la strinse calorosamente, sembrava non volergliela lasciare più creandole qualche imbarazzo.Non osò immaginare cosa sarebbe successo se Sonia avesse potuto vedere la sua vera identità. Fortunatamente era completamente coperto, nessun tratto della fisionomia usciva allo scoperto. Filippo aveva fatto un buon lavoro e lui, sicuro di questo aspetto, agiva nella più completa disinvoltura. Se solo avessero potuto ascoltare il ritmo del suo cuore, avrebbero potuto intendere quello che provava, ma anche quello fu salvato da una voce ben impostata e uno sguardo fisso. Ascoltò con vivo interesse la vocina di Peter, facendo i conti aveva circa sei anni, che buttava le braccia al collo di Jeffrey mentre egli provò un nodo alla gola.
“Ha figli signor Gargiulo?” “Si, due ragazze”. “E’ una gioia avere dei figli, capisco quelli che non avendone, farebbero qualsiasi cosa”.
“Rappresentano tutto per un padre. Racchiudono il suo avvenire, il suo futuro, la sua vita”.
“Saluta il signor Gargiulo” chiese Jeffrey e Peter con voce squillante salutò con cortesia.
“Bene, ritornerò domani, signor Connelly”. Santo si accomiatò e uscì con una certa fretta, preso dall’emozione. Sonia rimase assorta a riflettere quello strano modo di stringerle la mano. E così, per quella stretta di mano troppo forte per essere normale, si prefisse di non mancare all'appuntamento del giorno dopo. Poi rivolta al marito gli chiese: ”Che cosa sai del signor Gargiulo?” “So che è un armatore con flotte sparse qua e là. E’ un uomo con doti eccezionali, riesce a comprare le navi migliori sul mercato e si trova sempre nel posto giusto al momento giusto. Ha un fiuto per gli affari meglio di tuo zio. E’ un uomo da ammirare”. Sonia si fece un quadro troppo personale su quell’uomo e ripensando alla sua donna, che aveva il suo stesso nome, pensò che forse il destino li aveva fatti incontrare per questo.
“Sai", disse Sonia rivolta al marito, "la sua donna si chiamava Sonia come me e proprio per questo ha voluto comprare il Noias”. “Accidenti, doveva essere un amore grande!”
“Eh sì, proprio così. Povero uomo, mi fa tanta pena!” “A me no! E’ così determinato, forte, per cui, anche se non vedente, risulta essere un fatto irrilevante per quanto sia in gamba anche con questa mancanza!”
Il giorno dopo Sonia, puntuale, varcò la soglia dell’ufficio di suo marito e dopo pochi minuti Santo apparve nel suo vestito color tabacco, bello anche nella sua nuova identità. Sonia sedeva alla destra del marito e mentre si confrontavano, arrivò Krups con due guardie del corpo, grosse come due armadi. “Signor Gargiulo è un piacere fare affari con lei!” “Il piacere è tutto mio signor Krups”. Santo si rendeva conto che l'armatore non mostrava alcun malessere circa le condizioni disastrose delle sue finanze, il suo sorriso era sempre smagliante come non mai.
“Bene, cominciò Krups, le posso consegnare subito la Wolf mentre bisogna attendere per la Maryland, ci sono alcune pratiche in corso che prenderanno del tempo. Se riesce ad aspettare due settimane, anche l'altra potrà far parte delle sue".
"Non ho fretta Signor Krups, faccia tutto quello che deve!"

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Itarella e altre storie...Questione di convivenza


“Uno dei primi problemi che hai con un uomo è che ti vuole cambiare. Se sei magra ti vuole in carne, se sei sempre indaffarata, ti vuole nullafacente, se ti vede presa da un’attività di pensiero, ti vuole libera mentalmente. Se non fai nulla oltre alla casalinga, come se fare la casalinga fosse uno spasso, ti dice che non capisci niente rispetto a  chi esce di casa per portare la pagnotta. L’uomo ha un unico grosso problema: è umorale e cambia come le fasi lunari. Per non parlare della casa, che gli cade addosso, della televisione, che viene da lui monopolizzata, della cucina, che viene adattata ai  suoi gusti, delle abitudini, che risentono delle sue insofferenze. Certo che la convivenza in casa è difficile, immaginati fuori, con persone estranee. Bisogna ferrarsi di calma e pazienza e affrontare i problemi un po’ per volta”.                                                                               
                                                                                                                     Disegno di Filomena Baratto

Chi parla è “Itarella”,vezzeggiativo e forma dialettale di Ida, una donna napoletana che ho incontrato nel treno e che ho ascoltato in religioso silenzio per i suoi discorsi  concreti e non di teoremi  su questioni di  notevole rilievo. Itarella è una donna in carne, sui 40, piacevole, senso materno: accarezza continuamente la sua piccola in braccio e si preoccupa anche di un suo sbadiglio. Davanti a sé ha un’ amica con la quale discute, spaziando da un argomento all’altro con la sagacia delle persone di grande esperienza.”Ma che ti ha fatto Cusumiello, che sta per Cosimo, stai troppo nervosa bella mia!”
“ Cosa mi ha fatto? Niente! Qual è il problema! Primma cosa quel Santissimo Stadio, che se ne deve scendere tutto quanto! Sta frenesia che quando gioca il Napoli si chiudono tutti i libri, deve finire. Di domenica non si parla, non si ride, non si mangia nemmeno. Che dobbiamo fare? Gli scongiuri! Allora mi dice: “Itarè, se il Napoli vince, ti porto allo zoo! A me, allo zoo. Ma chi lo vuole vedere? Avesse detto ti porto a ballare, a mangiare fuori, no! Allo zoo!!! Ma vacci tu, va! Poi tengo una “stesa” di bandiere fuori al terrazzo che mi pare il mercato. Ho dovuto fare spazio togliendo il bucato appena steso, ma stiamo scherzando? Ninuccia me sporca ‘nu curredo ma io non posso stendere, per tre giorni c’è il blocco dei panni, si lava il lunedì! Ma io posso fare sta vita?”
L’amica cerca di tranquillizzarla, ma come lei chiude bocca, comincia di nuovo.
“Io adesso vado a fare una visita di controllo da uno specialista di fama, Cusumiello mi ha detto che sto diventando Moby Dick! Ma chi è questo? Un grande uomo? No, na’ bbalenaaaaaa capisci? Mi ha paragonata a ‘na balena! Ussignore!
A casa mia non si mangia, si banchetta. A tavola trovi: a pastasciutta, o pesce, ‘e cozze, a parmiggiana, o babbà, o budino, non so più cosa cucinare. Ma mica sono io di mia iniziativa a cucinare queste cose? No, è lui che mi dice vorrei questo e vorrei quell’altro. E poi mi tocca mangiare tutti gli avanzi che lasciano. E’ peccato  mentre la gente muore di fame. E Itarella con santa pazienza non lascia nulla. Si possono buttare mai? Non ho il coraggio di darli nemmeno a Omar, l’extracomunitario che abita “abbascio”, si nei locali della caldaia del palazzo. Ma quelle sono due “signore” stanze, con riscaldamento e cucinino. Io ho detto a Omar, che se mi scoccio, me ne vado da lui e gli cucino, lui non ama il Napoli e così starei tranquilla. A Omar gli ho dato due pantaloni e due magliette la scorsa settimana e Cusumiello mi ha rinfacciato che gli sto facendo il corredo. Madonna mia, ma si deve pur coprire quest’uomo? Lui dice che ci deve pensare il Comune. Ma se non pensa nemmeno a noi figurati se si accorge di Omar. E allora mi dice che loro prendono i soldi per mantenerli. E ddove stanno ‘sti soldi, chi li vede? Mi ha risposto che se poi se li mangiano sono problemi loro, noi non c’entriamo!
Eh no! Noi c’entriamo. Se non gli do qualcosa quello mi tartassa tutti i giorni, mi chiede aiuto, viene a bussare alla porta, io poi cucino, quello sente il profumo, che fai lo cacci fuori? Allora gli dico che se aspetta gli metto la pasta. Così ha cominciato. Ora viene a bussare a orario fisso, io esco e gli do il contenitore fornito di tutto. Poi Omar ogni tanto mi fa qualche servizio: mi va in farmacia, mi dà uno sguardo alla piccola, è servizievole. Mo dico io, tutta sta “ggente”  che perde tempo in mezzo a una strada dalla mattina alla sera a nun fa niente, o a vivere solo per tifare Napoli, datevi una mossa, unitevi e fate qualcosa!
“Ma non è giusto che poi non si abbia nemmeno un hobby. La partita della squadra del cuore è importante!” le risponde l’amica.
 “Tu la chiami squadra del cuore? Quella è cosa da ricovero! Tengo ancora il divano col sugo di pizza caduto durante un goal e non c’è stato modo di smacchiarlo. La volta successiva ha versato tutto  il caffè nel momento preciso di un rigore sbagliato. E Itarella ha raccolto i cocci”
“ Cusumiello è così un gran lavoratore! La partita è l’unico suo svago!”
“L’omm faticatore è a ruina ra casa! E poi…che significa, perché io non lavoro?
Ho detto a Cusumiello che dobbiamo prendere provvedimento con Omar e con i suoi amici e vedere dove devono andare. Una volta vengono per l’acqua e poi per  le mollette e poi per la bagnina, io sono diventata un supermercato a buon prezzo. Cusumiello invece va a lavoro in ufficio e per 5 giorni a settimana non c’è, solo il sabato sta a casa, ma  per modo di dire. Ha sempre qualcosa da fare. Qualche giorno fa ha litigato con Yasuf, il fratello di Omar, diceva che aveva messo il cartone vicino alla macchina sua e non doveva. Yasuf gli ha risposto che non ha un altro posto. Poi gli ha regalato una bottiglia di vino e così  ha tolto il cartone. Spesso i due fratelli si ubriacano e si mettono a cantare…cose che non capisco nemmeno e così mi svegliano ‘a nennella. Che pazienza che ci vuole. Per non parlare di quando non posso scendere a ora di punta quando tutti stanno giù nel cortile. Cusumiello dice che se nel cortile ci sono gli amici di Omar, io non devo scendere. E la spesa? Chi la fa? Allora sai che faccio? Mando giù il paniere e dico a Omar di andare da Totò o salumiere con la lista e lui mi fa la spesa. Però dopo gli do il pane fresco!”
“Itarè, ma fa che lavorano con te? Tu li tratti così bene!”
“U Gesù e mo non si può fare manco un’opera di carità? Trovategli un lavoro, dategli da mangiare. Io me li trovo fra i piedi e devo pure conviverci. Convivenza significa che ci devo “avere a che fare”, capisci?
Mo non so come se la cavano. Io vado dal professore, perché Moby Dick si deve dare una regolata. Mi dispiace per loro e  chissà cosa troverò al ritorno. Pensa se tutti gli amici di Omar diventassero tifosi del Napoli, mi dovrei solo trasferire. E così penso a mangiare! Che ti credi perché la gente mangia? Per dimenticare, per non sentire  e non vedere. Quando c’è la partita, io mangio le mie crostate, e quanto sono buone con le mie marmellate. Oppure i miei creme caramel. Mo stanno tutti qua vedi? Moby Dick so diventata, ‘na balena! Speriamo! Adda fa ‘nu miracolo per farmi scendere di qualche chilo, oppure devo cambiare vita. La pazienza mi fa ingrassare, meglio essere arrabbiata, che fa dimagrire. Poi voglio vedere come si fa con Omar e compagni, chi li accudisce e chi li tiene a bada, se perdo la pazienza, io. Cusumiello dice il Comune, ma quella la questione è di convivenza!


Non sempre dalla scrittura si evince la personalità.

A volte gli altri ci leggono per curiosità,
come se bastasse questo  per conoscerci.Credono che la scrittura presagisca la conoscenza del carattere, del pensiero, dello sviluppo delle nostre idee. In parte è così, per il resto siamo tutti in continua evoluzione. La scrittura cambia con noi, assiste alla nostra metamorfosi e pertanto  deve contenere le nostre scelte o i nostri giudizi, le nostre consapevolezze. Succede a volte che quello che abbiamo scritto un po' di tempo fa, non lo riconosciamo più come nostro. Tutto ciò che si scrive va bene nel tempo in cui nasce, dopo, disperde già quello che siamo anche se rimane il contenuto e tra noi e il libro avviene una idiosincrasia. Forse l'argomento non ci interessa più, o quello che abbiamo scritto non dice esattamente ciò che volevamo, o ancora non sentiamo di aver espresso in modo esauriente l'argomento. Nei libri ci sarà sempre qualcosa che ora avvertiamo in modo diverso. La scrittura è come un abito che sta bene per una stagione, poi facciamo i conti con qualche chilo in più, con la moda che cambia, con il gusto che non è più lo stesso. Chi ci legge ci prende in modo statico, crede che siamo quello che ha letto nelle pagine, che noi siamo le stesse righe che ha sottolineato. Non sa che già non ci riconosciamo più, che abbiamo da ridire su quello che abbiamo scritto e su come lo abbiamo trasformato dall'originale pensiero, che se lo scrivessimo di nuovo sarebbe diverso. Ma il lettore si illude  e in tutti i libri vuol trovare quella frase nostra che tanto lo ha colpito, quella descrizione che lo ha commosso, quell'esempio che gli calzava perfettamente. Eppure man mano che ci allontaniamo dai nostri scritti iniziali, siamo sempre più maturi ma meno spontanei. I primi scritti sono quelli che si avvicinano alla nostro reale modo di sentire, col tempo siamo solo una migliore limatura, ma i contenuti cambiano. Chi volesse conoscerci bene, deve leggerci sempre, altrimenti sa di noi ben poco. La conoscenza è una continua scoperta e noi come la scrittura siamo in continuo divenire.

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Come un dejavù

Stamattina, mentre mio figlio si preparava ad uscire, gli ho raccomandato di mettersi un berretto per il freddo e la neve che c’era fuori. Mi ha prima sorriso e poi risposto con un gesto evasivo per dirmi di non essere esagerata, ricordandomi lo stesso atteggiamento  di quando era piccolo. Osservandolo, mentre usciva di casa con la borsa a tracolla, ben vestito, per andare a lavoro, dopo avermi salutata, mi sono ricordata delle stesse scene di allora, come un dejavù.

Ricordo la stessa espressione di quando era bambino, vicino alla porta, col berretto in testa, con lo zaino e il cestino, il cappotto, al seguito del padre pronto  per andare a scuola. Anche allora non voleva mettere il berretto e sebbene uscisse indossandolo, arrivato giù, nell’atrio, lo toglieva. Lo controllavo dal terrazzo e puntualmente lo portava in mano mentre dall’alto gli intimavo di rimetterlo ma senza alcun successo da parte mia. Quasi se la rideva per avercela fatta prendendomi in giro. A quel bambino, che non è cambiato per niente, si è sovrapposto l’uomo. Gesti ripetuti tante volte, raccomandazioni continue che lui avrà fatto sue. Allora lo accompagnavo alla porta ancora in pigiama, mentre usciva presto per andare a scuola. Stamattina, ero ancora in pigiama come allora, ma è stato lui a salutare me.  E’ stato un comprimere il tempo e tirarne fuori il meglio. Un’emozione che per descriverla non bastano tutte le parole espresse per raccontarla.

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