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Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.

Dimmi una parola astratta

Spiegare certe cose non è facile, soprattutto se ti rivolgi ai bambini. Come spieghi loro il valore di parole che non si vedono, non si toccano, non si sentono? Il cielo lo vedi, allora esiste, ma la tristezza non la vedi, eppure la senti. Così la malinconia, la felicità, la gioia. Sono sentimenti che provi, che senti, ma non si vedono e allora credi che non esistano. Eppure parlando con loro ti accorgi che dai per scontato cose che meritano una maggiore attenzione. Il pregio dei piccoli è che ti fanno capire quello di cui avevi bisogno per darti una risposta.
 Sentire è un verbo difficile, non è riferito al ruolo delle orecchie, strumenti per ascoltare, ma alla sfera interiore, quando lo si può sostituire con provare. E' sperimentare dentro di te determinati stati d'animo. Crediamo di capire tutto, invece conosciamo solo quello che proviamo. Allora prima di formulare un giudizio dovremmo passare dalle parti dell'esperienza e "sentire", viverle certe cose. I piccoli, che di esperienza ne hanno poca, capiscono meglio, stanno costruendo adesso il loro mondo interiore, e noi adulti dovremmo confrontarci proprio con i piccoli per  imparare. Ti sanno rispondere, colgono i nessi e le parti centrali di quello che vuoi dire con la differenza che mentre te lo spiegano, capiscono. Sanno che una cosa astratta la si prova pur non vedendola. E allora ti arrivano le domande più strane: "Allora Dio lo si sente, è un'esperienza? Quando non vediamo più le persone, si sentono dentro? Posso sentire anche le cose cattive o solo le buone?" E mentre vorresti rispondere ad ogni domanda che formulano, poi capisci che se te l'ha posta vuol dire che ha fatto un certo ragionamento e che forse la risposta se l'è data da solo, e forse sei tu quello che sta imparando e non lui da te. Dai bambini c'è sempre da imparare, e si è fortunati a stare a contatto con loro tutti i giorni. Un modo per non invecchiare mai. Sono interlocutori attenti pur nella loro piccola età. Se vuoi partire col darti delle spiegazioni su argomenti seri, è bene formulare prima a loro la domanda. Daranno risposte di tutti i tipi e tra queste sicuramente ci sarà quella giusta. Ma ritornando alle parole astratte, è uscito fuori che, quando una parola non la si può spiegare in modo semplice, o non si hanno le parole, è forse per non conoscerla bene e non aver fatto esperienza. Quante volte sarai stato triste o felice o gioioso o malinconico? E chi ci fa più caso ormai? Confondiamo gli stati d'animo come se fossero strati di torta, senza fare più differenza se siamo felici o infelici, allegri o tristi. Sugli stati d'animo dovremmo soffermarci per capirci meglio, invece vogliamo risolverli subito come una brutta cosa che ci sta accadendo. Un bambino mi ha detto che quando è giù e non ha voglia, si mette seduto e gli passa. "Sai, non facendo niente penso a me, quando sono con gli altri mi dimentico di me". E' questa la risposta di uno di loro. E allora alla fine del discorso siamo giunti alla conclusione che le parole astratte vogliono tempo, attenzione, calore, non vogliono fretta, sono lente. 
A conclusione della discussione possiamo dire che le parole astratte sono lente, vanno come una lumaca che, mentre striscia, trova la sua strada. Sono parole bambine, che per crescere necessitano di esperienze. Così se voglio capire l'amore, non basta la parola o dirlo, bisogna viverlo. "Quando mamma mi accompagna mi vuole bene, me lo dimostra. Quando papà mi aspetta alla partita me lo dimostra". Quindi? le parole astratte sono bisognose d'affetto, e bisogna entrarci dentro per capirle bene.

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Il Clochard

Il corrispettivo italiano è barbone, senzatetto, una persona che vive senza dimora fissa, passando da una panchina a un cartone, da un ponte a una galleria,  a un posto rintanato. Li troviamo ai parchi, ai bordi delle città, vagabondi per le strade, nei loro sogni ad occhi aperti. Dormire in un cartone, nel greto di un fiume, su di una panchina, accade quando la nostra vita viene stravolta dentro e fuori per un motivo e, quello che prima era inconcepibile, diventa uno stile di vita.
 Ci si lascia vivere, abbandonati a se stessi, un giorno vale l’altro  come un salto agli ostacoli. Donne e uomini, anche star del cinema, si sono ritrovati in solitudine e senza casa per aver perso quello che avevano o dimenticati da chi doveva sostenerli. Erminio ha un disturbo mentale e, fino a poco tempo fa, viveva col fratello che lo ha sempre criticato per non accettare la sua incapacità di svolgere un’attività. Così lo aveva lasciato solo nella casa di famiglia a sbrigarsi la vita senza di lui. Erminio, senza quel punto di riferimento, tornava a casa come un automa e senza mangiare. Lentamente tardava sempre di più: ospite di chi lo conosceva, restava ai giardinetti fino a tardi, passeggiava lungo le strade senza meta. Un giorno, tornando a casa, vide il camion dei traslochi e suo fratello che era venuto a prendere i mobili. Aveva perso quella casa al gioco. Erminio si trasferì nella casa dove viveva il fratello ma di lì a poco avrebbero perso anche quella. Da allora dorme sulle panchine del parco, avvolto in duri cartoni che lo riparano dall’umidità e dal freddo. Del fratello non sa più nulla e nemmeno l’altro lo ha cercato. Non ricorda più il colore dell’acqua, né il profumo di cucinato. Mangia quello che trova. A volte si siede e ricorda. I movimenti sono lenti, quasi si blocca. Raccoglie frutta in luoghi che conosce, qualcuno gli porta del pane, quando può va nel convento vicino. Martina invece è avanti con gli anni. Lei cammina per chilometri senza fermarsi. L’avevano rinchiusa in un manicomio, ora è fuori, ma in famiglia non l’ha voluta nessuno. Gironzola tutto il giorno e di sera si ritira accanto a un casolare. Di mattina presto però scivola via e va  a zonzo. Alberto è un ragazzo trentenne a cui hanno sottratto dei soldi, tanti soldi, troppi, e non si è più ripreso. Va alla ricerca di un piatto caldo, di abiti dismessi, di parole. Ma chi si avvicina a un clochard? Amiamo guardarli da lontano. Si parla  di loro solo quando diventano una notizia. Tutt’al più si sopportano per trovarli sulla nostra strada. Dovrebbero essere reintegrati, avere un tetto, un aiuto, un pasto al giorno, la possibilità di lavarsi, di vivere dignitosamente come tutti gli altri. Sono persone che hanno smarrito la via,  non si possono dire matti, ma nemmeno normali. Sono deboli, vivono senza confronto, senza amicizie, in solitudine. L’unica differenza con i carcerati è che sono all’aria aperta e alle intemperie quando non diventano ludibrio degli altri o addirittura bersaglio di molti. Non hanno nulla se non la libertà di vivere fuori dagli schemi. Ci sono strade che portano a situazioni di non ritorno. E’ come se la vita scivolasse loro di dosso e ne cominciasse un’altra minore, più stretta e meno umana. E pensare che un tempo erano  persone normali. Ora si abbandonano a se stessi, non hanno voglia di opporsi, di chiedere, di cambiare. Attendono i giorni ma solo per alzarsi col sole e stendersi su una panchina la sera. Vivono dentro di loro perdendo di vista ciò che è fuori e a volte nemmeno dentro si ritrovano. Non ditegli di trovarsi un lavoro visto che non potrebbe eseguirlo con i problemi esistenziali  che si ritrova. La società è strutturata in modo tale che chi non segue le regole resta fuori, escluso. Un tetto lo si trova, ci si adegua, ma se stesso non sempre è possibile. A volte passa la vita a cercarsi e nemmeno ci si ritrova. L’indifferenza della società a chi se la passa male é sintomo di problema esistenziale non meno importante di quello dei clochard. Ma tra di loro ci sono anche quelli che hanno scelto questa vita. Una sorta si selvaggio moderno che non si uniforma agli stili di vita civili sempre più insostenibili. Può rappresentare una forma di reazione, di avversione, di protesta. Anche la civiltà talvolta produce insofferenze. Stili di vita stretti e faticosi, con ritmi serrati e non di benessere, in una società dove la convivenza diventa una maschera continua. Spesso è un modo per scivolare via silenziosi e vivere senza tempo, ma altre volte è covare la rabbia di una società distratta e impietosa, piena di ingiustizie e costrizioni, che non assicura più niente e lascia senza difese.


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Il crisantemo



Una volta al cimitero si portavano solo  fiori resistenti al caldo, al freddo, al vento e alla pioggia. Tra questi i gladioli, i garofani, le gerbere, le margherite gialle e i crisantemi. Il crisantemo è un fiore strano, come una coppa chiusa in alto  formata da tanti petali sottili ravvicinati di vari colori, con sepali molto lunghi e dentellati. Un crisantemo ha vita lunga  e per questo relegato a fiore dei defunti. Ma col tempo le nostre tombe si sono riempite di costose e varie orchidee, diventate fiori banali, visto che si prestano ad ogni occasione, indistintamente che sia un matrimonio o un funerale.Risultati immagini per il crisantemo Le orchidee sono tra le preferite, appagano il desiderio di rendere le tombe come i giardini pensili di Babilonia, dimostrando la cura che abbiamo dei nostri morti. E poi sono diventate resistenti col loro gambo nel liquido di lunga vita di cui ognuna è fornita. Per molti anni questo fiore ha fatto strage,  e sui marmi erano le regine. Poi, come reclinavano il capo o perdevano le loro corolle sfarzose, si passava a fiori più ordinari o a quelli finti. Facciamo  la corsa a riempire le tombe, soffocarle, anche solo per alcuni giorni. Qualcuna traboccante di colori e qualche altra scarna. Anche questo fa un certo effetto, così che la tomba presenta il conto di quello che eri in vita. Il problema esisteva già per Napoleone che col suo Editto di Saint Cloud del 1804, sanciva che le tombe fossero portate fuori dalle mura della città e fossero uguali per tutti. Una livella ante litteram. Quanto dura un’orchidea? Una settimana con le dovute precauzioni e a volte nel giro di pochi giorni si vede sfumare quello che abbiamo speso per addobbare la tomba a festa. L’orchidea ha spodestato il crisantemo, d’altra parte siamo nell’era dell’immagine, la bellezza batte la resistenza. Vuoi mettere il profumo di un’orchidea con quello del crisantemo che non sa di niente? Tutto quello che offre il suo colore, un ammasso di petali scompostamente raccolti, le cui chiome dondolano sul gambo resistente. Sembrano tanti opliti spartani pronti a combattere. Un mazzo di crisantemi ti riempie le braccia, le orchidee, per quante ne compri, sono sempre rade e poco raccolte a cui devi preservare le corolle come fossero vasi di cristallo. Un oplita col cristallo! Ma con tutta la varietà di fiori che incontriamo e portiamo ai nostri cari, con tutta la bellezza e il profumo di questo mondo che possono emanare, il crisantemo resta il fiore dei defunti. Lo vuole la tradizione, la memoria, la leggenda. Ho visto questo fiore per la prima volta in terza elementare. Sulla pagina del libro c’era  una tomba di marmo con una donna di spalle dalle cui sue braccia fuoriuscivano corolle immense, di colore arancione, ben disegnate, con gambi e foglie di un verde intenso. Quell’immagine nel mio immaginario costituisce quella per antonomasia dei defunti. In seguito, quando la morte ha toccato la mia famiglia, poche volte ho portato i crisantemi sulle tombe dei miei, anch’io dovevo lasciare fiori profumati e nei colori che più mi colpivano. Anch’io ho portato quintali di orchidee, forse per non sentirmi in colpa di andare poco al cimitero e con loro ci si sente appagati, come se il costo, il colore, il profumo e la bellezza colmassero i nostri vuoti. Fanno la loro figura, ci sentiamo tranquilli di fare il nostro dovere dando il meglio, come se quel tripudio di colori bastasse a noi e a loro per continuare ad amarci come quando erano in vita. Certo che il crisantemo non mi ha mai deluso. Quelle poche volte che li ho portati sulla tomba, per mancanza di altri, quando sono ritornata erano ancora lì, nelle loro corazze da olpiti, ritti, ancora a fare da guardia, con un senso del dovere innato. E poi non c’era alcun olezzo, né perdita di foglie. Anche appassendo, non perdono il contegno: avvizziscono in modo integro, non lasciano cadere resti se non qualche petalo per la troppa resistenza opposta. Quando “spaparazzavo” di orchidee la tomba, ero tutta presa dal lavoro di acqua, pulizia, lucidature, polvere, posizione dei vari contenitori. Quando portavo i crisantemi ero io, il lume e loro. Un incontro ravvicinato, su di una tomba pulita, il cui unico calore era la fiammella accesa e gli occhi del defunto che puntavo  imprecando risposte. Ero più lucida, non sorretta da giardini giapponesi innestati lì davanti a me, ma solo dalla forza dei semplici fiori opliti. Mi venivano tanti dubbi, che cozzavano sul marmo della tomba e rimbalzano in me. Lì, c’è sempre una preghiera non di circostanza ma di disorientamento interiore, e il dubbio e la paura restano i due paladini che ci fanno attaccare alla fede. Quell’immagine di terza mi ritorna con la sua semplicità a ricordare i nostri cari, al cimitero, un luogo silenzioso, dove recarsi per incontrare la morte, che non è tanto quella degli altri, ma la nostra  perdendo quel caro, la sua vita e come eravamo noi quando era qui. La nostra morte è perdere gli altri lungo il nostro cammino. D’altra parte la stessa leggenda del crisantemo richiama la morte. Tra le tante ce n’è una che racconta di una bambina  la cui mamma era ammalata. Si rivolse alla Madonna e le offrì un fiore, confidando in lei e pregando per la sua mamma. La Madonna la ascoltò  e avrebbe mantenuto in vita  la mamma  per quanti petali aveva il fiore donato. Ma i petali erano solo  cinque. Allora di notte la piccola si alzò e trasformò quei cinque petali in una infinità di petali, tirando da ognuno tante striscioline, da rendere quel fiore il più ricco di tutti. Quei petali così assiepati intorno agli stami, raccontano i tanti giorni di vita che la bambina ha strappato alla morte per la sua mamma. Così il crisantemo  resta il fiore del miracolo.

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C'era una volta...un principe


A volte le fiabe non sono lontano da noi, forse le viviamo e nemmeno ce ne accorgiamo che sono tali. Ci affanniamo a cercarle nel passato, mai nel presente, a cui diamo solo valore di servire a creare il futuro.
Questa è una storia al contrario. La realtà è diventata fiaba, perché la storia è così interessante che nemmeno ce ne eravamo accorti che fosse più di una fiaba.
C’era una volta un principe un po’ confuso, maldestro e fannullone. Gli piaceva la bella vita, il perdersi tra i piaceri, i sogni troppo alti, come se la giovinezza durasse in eterno. E così passava da una cosa all’altra senza tanto sforzo, dando spinta solo a quello che voleva. Una vita così era per lui il modo di sentirsi addosso l’eternità. Poi un giorno accadde qualcosa: delle streghe con un maleficio lo fecero cadere in un burrone dove c’erano tante pietre aguzze da cui  non poteva più alzarsi, né salvarsi. Scoprì il dolore, la fatica, il sacrificio, il malessere, sentimenti di cui, fino ad allora, ne aveva solo sentito parlare. Si vivono le esperienze  quando accadono sulla propria pelle, e allora il loro peso diventa di piombo. Perse tutto e si trovò solo come non lo era mai stato.Immagine correlata
“A che serve il dolore, si chiese il principe. A soffrire e basta, è stato creato per frenare la vita degli uomini, per scoraggiarli, per castigarli. Qualcuno vuole il nostro male, ci perseguita. E pensare che stavo così bene quando credevo di star male. Che crudele destino”. Il principe si convinse che la vita gli fosse sfuggita di mano per volere di qualcuno. La sua forza scemò e tutto quello che voleva ora, era cambiare, avere cose durature, che non gli procurassero tutto quel dolore. Un moscone che gli ronzava intorno e lo infastidiva, più volte cercò di spezzare il suo discorso volendogli dire qualcosa, ma il principe non glielo concesse. Quando finalmente zittì per qualche minuto, l’insetto gli disse: “Voi principi che cosa ne sapete di  una vita di sacrifici, vi lamentate solo quando arrivate qui, nel dirupo. Io ne so qualcosa. Prima di qua sono stato in luoghi lussuosi e ho toccato il tuo cavallo e il tuo prezioso mantello e quando eri tutto abbigliato, non ti lamentavi così come stai facendo. Però, vedi, se non fossi caduto così in basso e non avessi toccato il fondo, non avresti capito il senso della vita”. “Dici bene tu che vai per il mondo e ti appoggi su ogni cosa. Tanto ora non serve più a nulla, sono quaggiù, nemmeno i miei sanno, non potrei nemmeno dirglielo. Resterò qui relegato”. “Non è detto! Potresti allenarti e fare un passettino al giorno fino a raggiungere la vetta. Porre dei sassi sotto i tuoi piedi e ogni volta salire un po’ fino a raggiungere il terreno della radura”. Il principe più sconfortato che mai, cominciò a seminare quelle parole dentro di sé facendone tesoro.
 Le forze gli mancavano, a tratti si avviliva, ma i sermoni del moscone furono per lui un conforto inaspettato. Cominciò a salire. A volte ricadeva per mancanza di fiducia in se stesso, altre volte per la forza che perdeva, ma sempre riprendeva a salire, fino a quando un giorno raggiunse la cima del burrone. Incredulo, si aggrappò a un ceppo di legno nei paraggi e si riposò. A quale costo era arrivato lassù? Ormai era malandato e stanco, senza voglia di vivere. E mentre questi pensieri bui lo attanagliavano, l’eco di un canto lontano giunse fino a lui. Era così piacevole, che quando smetteva, non resisteva al silenzio. Quel canto lo attirava  di nuovo alla  vita. Allora si alzò e seguì la voce, fino a quando giunse in riva al mare dove, in una barca ormeggiata, c’era una principessa. Lei cantava mentre pettinava i suoi lunghi capelli. Il principe le chiese da dove giungesse e lei gli rispose di venire dall’altro lato del mare. Così il principe salì sulla sua barca e andò con lei, volle conoscere il suo paese. Farah, questo il nome della principessa, lo portò al di là del mare e quel posto gli sembrò bellissimo. Poi chiese alla principessa di riportarlo nella sua terra. Ma quando giunsero e dovettero staccarsi, loro due non vollero. Allora toccò a Farah conoscere la terra del principe, e che a lei sembrò bellissima. Dopo aver conosciuto il mondo di entrambi, un bel giorno decisero di sposarsi. Il regno aveva bisogno di loro due. Fu un matrimonio come vuole la tradizione fiabesca: cavalli, carrozze e abiti scintillanti. La bella principessa fu al castello col principe per celebrare le nozze col suo amato. Giunsero da ogni parte a vederli e molti rimasero meravigliati. Poi, come avevano festeggiato al castello del Principe, andarono anche a festeggiare nel paese di Farah.
Quando ritornarono al castello, il principe, felice, volle piantare dei fiori sul terrazzo della principessa, ma per concimarli dovette prendere dello sterco. Così, subito dopo, attirato dallo sterco, arrivò il moscone che era stato con lui nel burrone.
“Eppure non avresti mai pensato, allora di poter poi piantare questi fiori, quando eri laggiù con me.” “Fai bene a ricordarmi quando ero lì. Ti ho ascoltato compagno di sventura, e hai avuto ragione. La lezione è che se non si tocca il fondo non ci si può dare alcuna spinta buona per emergere. Sei stato il mio aiuto, tu che salti di cosa in cosa e sei così precario”. Ti ho seguito mio principe, a volte seguo anche l’odore della felicità. Ora hai una principessa che si prenderà cura di te e tu di lei. Abbine cura e non dimenticare i buoni consigli ricevuti.
La favola tra il principe e la principessa comincia adesso, nel presente.Una fiaba con su scritto “work in progress.”

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Radical chic


E’ un innesto tra l’inglese “radical”, radicale e il francese “chic”, raffinato. Radicale, chi aderisce perfettamente al partito realizzando quanto professa senza interferenze o compromessi
diventa raffinato quando sposa cause di altri?Risultati immagini per radical chic
 Mi viene di associare l’espressione a un titolo di un romanzo L’eleganza del riccio dell’autrice francese Muriel Barbery.  Un riccio imbellettato malgrado gli aculei?  Sarà la facile pronuncia, il fatto che sia di moda, che viene sempre più spesso  usato come epiteto da chi vuole colpire od offendere. E’ nata per dire questo e non sicuramente per trovare l’espressione appropriata alle situazioni. Trincerati dietro la bella pronuncia, anche per chi risente di inflessione dialettale, viene usata soprattutto  quando non si hanno altri argomenti su cui misurarsi. E’ questo il momento catartico  del far venire fuori il radical chic. Si parte dal presupposto che la cultura sia di sinistra, creando stereotipi e mode che nel tempo non si addicono più ai fatti. Di quale sinistra si parla oggi? Esiste ancora la sinistra? Esistono frange che appartengono a un passato  di lotte operaie, di guerra, di fabbrica, di aspetti sociali un tempo vissuti che non hanno più motivo di esistere. Situazioni diventate oggetto di discussione culturale, a volte residui di un passato che leggiamo nei libri ma che non corrisponde più alla realtà.  E allora perché la cultura non potrebbe essere di destra? Forse perché si è borghesi conservatori attaccati a diritti e benefici che mai si lascerebbero? Un mondo che sa di muffa per il quale i problemi degli altri non sono altro che cosucce di cui discutere in altri ambienti. Quale mondo può costruirsi là dove ogni argomento assume valore irrilevante? Un magnate o un benestante che vuoi che se ne faccia dei problemi della gente, che  deve sopravvivere e lottare per ottenere? Una cultura di destra allora è meno vera della cultura di sinistra? La cultura necessita di terreno fertile, fatto di cose che incuriosiscano, che scuotano. Questa sinistra manca, è stata sostituita dai lamenti, dai falsi attacchi, dall’acquiescenza se non ci si può lamentare. Il centro non se la cava meglio, arranca. Mentre sembra che il mondo voglia essere governato dalla destra, ma solo un’illusione, visto che la democrazia non c’è più e si ha tanta voglia di essere guidati. Il fatto serio di oggi è che non ci sono più ideali perché manca un vero nemico ma presunti tali e e costruiti ad hoc. Bisogna mantenersi in una società diventata troppo piena di cose più che di persone e di conseguenza i partiti, i politici sono solo figure svuotate del loro significato. Lo si vede nella gestione dei problemi che non si risolvono, nei fatti che non procedono, negli interessi che restano circoscritti. Non ci sono contrappesi in politica, non esistono più. Dove sono le opposizioni, ci si oppone ancora o si fa solo dell’ostruzionismo, e dove sono i valori? Quali sono quelli della destra? Detto questo, come fa a reggersi un’espressione del genere se mancano i presupposti per cui è stata coniata? Ma  la cultura la si vuole a sinistra e visto che oggi le lotte di una volte sono finite, anzi le hanno fatte abortire, perfino l’azione dei sindacati si è appiattita, con l’impossibilità di agire nella nostra falsa democrazia, la cultura, secondo i bene informati, resta a sinistra, ma diventa di destra se, chi la fa, appartiene poi alla borghesia, è possidente e si atteggia a portare avanti cause popolari. Così si diventa radical chic. E non si sa se debba essere più un complimento o un’offesa. Forse è una moda che va avanti sin dal 1970, quando il giornalista e scrittore Tom Wolfe usò l’espressione per definire una cena organizzata dalla moglie di Leonard Berenstein, Felicia, a casa del direttore d’orchestra. I proventi furono utilizzati per le Pantere nere, gruppo rivoluzionario. Fu così che apparve il radical chic. Una cena a casa di ricchi per una causa alquanto popolare, tutta una serie di contraddizioni che Wolfe fece emergere nel suo articolo, mettendo in circolo  la nuova voce  con cui si sposava la strada e la politica, il benessere e l’azione, una sorta di contaminazione tra le due parti, che secondo i benpensanti, non doveva avvenire. Ma d’altra parte quanto tempo è durata la vera sinistra? Non ci sono benestanti anche in questa ridotta casta di politicanti più che politici veri, che dall’alto del loro mondo dorato sembrano più uccelli appollaiati alle grondaie in giorni di nebbia che veri e consapevoli uomini di politica attiva? E’ come voler cercare la vera oratoria al tempo dell’Impero mentre il suo splendore fu al tempo della Repubblica, quando c’erano motivi veri per lottare e vincere. Le suasorie e le controversie possono avere la stessa forza delle Verrine o le Catilinarie o le 14 orazioni Filippiche di Cicerone e quelle a confronto, invece, non hanno l’aria più di un’esercitazione post mortem dell’eloquenza?

Oggi tutto è contaminato: la destra vorrebbe la forza della sinistra di un tempo, la sinistra campa di ricordi, il centro è in continuo aggiornamento. Se vogliamo parlare di politica oggi dobbiamo rifarci al passato ed è per questo che reggono ancora le vecchie espressioni, così possiamo avere un punto di riferimento che oggi manca nella Babele di quello che continuiamo a chiamare politica ma non può essere tale se la gente non si sente più interessata o motivata a farla. 

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La maestra Gelsomina



 Da piccola ho frequentato la scuola materna a Massaquano, ma ricordo poco delle mie attività didattiche, molto invece del mio fare da balia ai più piccoli e irrequieti  che in classe davano fastidio. Avevo l’onere, visto che ero avanti rispetto agli altri, di intrattenere i piccoli fuori, mentre in classe si lavorava. Questo oggi sarebbe discutibile da un punto di vista dell’insegnamento, ma non è di questo che voglio parlare. Decisi, contro il volere di tutti, di non andarci più, era diventata di una noia infinita. Molto meglio restare nei campi, tra l’erba a scrivere e colorare, con l’altalena e i piccoli lavori che mi affidavano i nonni. 
Gli adulti non se ne facevano una ragione, che restassi a casa pur mostrando voglia di imparare, per cui tentarono di farmi andare in prima, questa volta a San Salvatore, dove c’erano solo due classi: prima e seconda elementare. Così, col mio bel grembiule nuovo, la cartella di cartone, come era di moda allora, il distintivo della classe, il fiocco rosso, ben in vista, mi presentai il primo ottobre nella classe di appartenenza. Sedetti al mio posto trascorrendo il mio primo giorno di scuola pieno di entusiasmo. Poi il secondo giorno la maestra riferì a mia nonna che non potevo frequentare per avere 5 anni e, visto che avrei compiuto 6 anni a marzo, dovetti ritirarmi. Quel giorno lo ricordo come una grande sconfitta! L’anno seguente frequentai la prima elementare, in un’altra scuola, un istituto religioso. Lì la mia prima vera maestra. Si chiamava Gelsomina, bruna, capelli scuri, occhiali spessi, ma bella, solare, giovane. Quando leggevamo a me spettava un rigo agli altri mezza pagina; se si andava alla lavagna, si cominciava da quelli lenti e se non c’era più tempo, mi diceva domani. Quando facevamo il dettato, io dovevo sempre farlo, a mia volta, a qualcun altro e alla correzione, se mancava il tempo, io non venivo nemmeno contemplata. Un giorno la maestra mi chiamò in disparte, fuori la porta dell’aula. Mi disse che ero molto giudiziosa e non dovevo prendermela se lei privilegiava gli altri, per lei io ero una fuoriclasse. Detto così presi quella parola, visto che già ero stata buttata fuori classe una volta, come l’anticipo di una brutta situazione. Lei mi sorrideva e io diventavo più buia della mezzanotte. L’animo era a pezzi, a casa feci scenate a mia madre colpevole di portarmi in una scuola “buttafuori”, proprio a me che amavo la scuola più di me stessa. Mamma mi rassicurava ma io ero ansiosa. La maestra mi trattava come fossi stata un’invisibile, il mio nome non era mai menzionato e, all’occorrenza, si rivolgeva a me col sorriso dicendo: ”Vieni”.  Chiamava sempre gli altri a scrivere il loro nome, mentre io dovevo aspettare, un’attesa che diventava infinita. E poi in matematica, mi chiamava solo se dovevo correggere gli altri, mai che andassi   a svolgere qualcosa. In classe c’era un bambino grosso e alto, rossiccio, figlio unico che i genitori trattavano come un megalomane. Al confronto con me era una schiappa: impacciato, lento, sia nella lettura che nella scrittura. Lo battevo in tutto. In disegno a confronto lui faceva scarabocchi. Però un giorno gli feci un brutto scherzo, gli tirai a terra tutta la scatola dei 36 pastelli che  non sapeva nemmeno usare, non conosceva i colori e disegnava in modo pessimo. Il motivo fu che il mio Babbo Natale era più preciso e ben definito rispetto al suo, ma lui mi prese in giro mentre il suo sembrava un Simpson ante litteram, senza forme, scolorito e tozzo. Senza pensarci due volte buttai il suo megacontenitore planetario con tutti i colori a terra. Fece un tonfo che nemmeno una navicella spaziale, cadendo al suolo, avrebbe creato quella collisione. Così il mattino successivo, all’arrivo a scuola, passando davanti alla porta aperta della Direttrice, fui chiamata a conferire sulla scatola dei pastelli rotolati a terra. La Madre mi chiese il motivo di quell’azione, ma io non risposi. Cosa potevo dire? Che con tutto quell’armamentario non sapeva nemmeno mettere il pastello sulla carta, che tutti i giorni non esisteva che lui solo in classe mentre gli altri non erano nemmeno presi in considerazione? Volevo vederlo all’opera a raccogliersi  i pastelli, ma lui non fece che piangere, nemmeno la forza di mettere a posto le sue cose. Gli altri raccolsero per lui. Con i miei 12 colori disegnavo  anche le pareti, lui con 36 a stento scarabocchiava. La direttrice mi scrutò come chi indaga, ma non mi tirò una parola di bocca. Allora  convocò la maestra dopo di me. Non so cosa si dissero, ma dal giorno dopo cambiò la musica. Molto probabilmente le raccontò lo sforzo che doveva fare per tenermi a bada. Dovette poi affrontare il papà del bambino che venne a protestare per i pastelli, ma anche mia madre  andò a riferire che a casa mi lamentavo di molte cose e non era giusto il loro atteggiamento nei miei confronti. Mia madre, ferita nell’orgoglio, portò a scuola due scatole di pastelli da 36, una per me e una per il compagno. Allora non erano come quelli di oggi  e trovare la scatola grande era un miraggio. Poi passò anche dalla direttrice dicendole quello che pensava in proposito. Mi sentii responsabile. Oltre a dispiacermi non mi sentivo protetta da nessuno lì a scuola. Quella lezione mi indusse a diventare silenziosa, a non collaborare più con gli altri, ad attendere il mio turno alla lavagna e se anche la maestra non mi chiamava, non mi importava. Quando il compagno mi chiedeva di  disegnare sul suo quaderno, dicevo “dopo”, che per me valeva un no. Quando volevo dire no, dicevo dopo. La maestra capì il mio linguaggio, non solo verbale, ma anche i miei dinieghi e quando mi defilavo dalle richieste dei compagni. Così mi mise al centro della classe con una bambina e da quel giorno tutti erano sul nostro banco, io disegnavo per tutti e mi toccò insegnare l’alfabeto al compagno dei pastelli. La maestra adottava il metodo del mutuo soccorso, e funzionava. Quando a fine anno Ciccio imparò l’alfabeto, mi volle donare la sua scatola di colori, ma io rifiutai. A casa eseguivo pittura a tempera su cartoncino e di pastelli mi bastavano le scatole che avevo. Ciccio voleva assicurarsi il mio aiuto anche per l’anno successivo. La maestra, negli ultimi giorni di scuola, mi chiamò in disparte e mi disse che aveva sbagliato, doveva adottare quella linea dal primo giorno. In tutte le cose bisogna fare esperienza e io le avevo insegnato che la classe era formata da bambini lenti ma anche veloci come me e lei era stata lenta, come una lumaca, mi disse o come una tartaruga. Finalmente, col mio aiuto, aveva raggiunto l’obiettivo di togliere me dal tedio e Ciccio dai suoi attacchi di invidia e così dicemmo una carrellata di proverbi in previsione dell’anno nuovo. Ricordo ancora la faccia della maestra quando, chiedendo un proverbio, io risposi: “Chi va piano, va sano e va lontano”. Anche lei aveva insegnato a me il senso dell’attesa, attendere sempre il mio turno senza lamentarmi anche se ero avanti rispetto agli altri. Capii che non dovevo per forza correre da sola, ma restare insieme agli altri e magari aiutarli. Forse a questo serviva la mia velocità. Allora la maestra guardandomi, quasi commossa mi disse: “Sono sicura che tu andrai lontano!” Insegnare non sempre è trasmettere, a volte significa anche imparare reciprocamente tra docente e discente. Della maestra Gelsomina ricordo la sua umiltà e la sua onestà, qualità fuori serie. Ricordo anche il suo pianto a fine anno, quando seppe che avrei cambiato scuola.

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Come il vento tra le foglie


Un leggero vento agita le foglie fuori dalla finestra, ne vedo la forma in controluce. Mi lascio prendere dal celeste del cielo tra le loro lamine, come un richiamo di speranza e uno spazzare via la malinconia. Al di là della collina di alberi, il sole sta tramontando e penso al giorno ormai quasi concluso. E' andato via portandosi dietro le sue ore liete, le allegrie, le gioie, lasciando il posto a qualche riflessione. E’ volato inglobando quello che di bello aveva portato e se non fosse per l’umile servo, il ricordo, che custodisce con cura ogni cosa, il ladro tempo non lascerebbe niente. Un giorno così, già finito.  E’ questione di ore, di momenti, di attimi, di gesti che sono volati, risate condivise, parole scambiate, che avevano in sé il valore per cui il nostro giorno si era levato. Porta  i suoi distacchi, quelli anche crudeli e tu li devi accettare come normalità. Momenti, come  flebili fiammelle che subito si spengono. Quando tutto passa, resti tu coi tuoi conti di vita che tornano o non tornano, ma devi andare avanti. Una forza inesorabile ti spinge  oltre e sai che tutto quello che ti gira intorno è passeggero. Figli, genitori, persone care…Sono tante fisarmoniche che si allungano e si accorciano verso di te e di loro vivi solo il momento della compressione. Il tempo maggiore è lontano da te, la loro estensione è per toccare altrove. Tutto ha il valore della precarietà, anche quello che dovrebbe essere l’eternità. Sensazioni, emozioni bloccate, sentimenti conosciuti per la prima volta, volontà, sono ingredienti che si rimescolano come formule continuamente aggiornate. Mi chiedo quanto sia vero quello che non vediamo e che fede sia, e che valore trovi in noi. Tu dai vita alle persone, alle cose, ma questa vita sfugge, emana, vaporizza, solo il ricordo ti dà quel che è stato. Ma noi siamo il percorso, intrapreso per mezzo degli altri, siamo quello che insieme abbiamo 
costruito.Risultati immagini per il vento tra le foglie
La malinconia arriva quando tra noi e la vita c’è un confronto con qualcosa  che non ritorna, o che cambia. E quando la foglia vibra, i rami ondeggiano e il vento giunge a scuotere la chioma dell’albero, proprio sotto gli occhi, persi in qualche ricordo o immagine che non va via, allora quel vento spazza anche dentro e mette sotto sopra la polvere che era ferma. Ne emerge qualcosa che non piace, qualche altra che non si accetta, un’altra ancora che proprio non va bene. Ma è solo un momento, un rovistare con setole forse troppo dure fino a sentirne i colpi sulla parete. Poi passa, la polvere si assesta, il vento, tra un passaggio e l’altro fra le foglie, va verso la montagna, lasciando l'albero fermo in controluce, con la sua sagoma dorata e l’attimo di pensieri tristi è ricacciato da dove è venuto. E’ la vita, va così! Non tutto può avvenire secondo i desideri, a volte si può solo accettare quello che non si può cambiare. Ora l’albero è fermo come una stalattite. Il sole è calato, il rosso del tramonto stemperato. In quel celeste il vento ha portato un po’ di freddo, e mentre passava, l’ho avvertito. Tutto scorre anche il giorno più bello e  già si pensa al domani, per prendere forza e contrastare il momento, l’oggi appena finito, che ha chiuso i battenti, imprigionato per sempre. Il futuro ha questo di affascinante, farci progettare  e andare oltre. Accarezzato dal vento, l’albero si scuote così come il piccolo morso che brucia dentro.


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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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