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Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.

L'affare Sonia 23

“Da come parli non sei felice”.
 “Moreno non ti ha spiegato?” 
 “Mi ha detto solo che stavi a Santa Cruz e che avevi perso la vista!”
“Lei, invece pensa che io sia morto nell’incendio della nave”.
“Ma tu poi l’hai rassicurata?” “Si è sposata con un altro mentre aspettava un bambino da me”.
“Dio mio Santo quanto hai sofferto. Devi dirglielo, per il bambino”.
“No Alida, ora sono diventato un masochista mi faccio solo del male. Devo liberarmi di coloro che hanno approfittato di me, della mia buona fede, dopo si vedrà. Non voglio forzare il destino. Le cose accadono da sole prima o poi e non c’è bisogno di forzarle. Col tempo ho imparato a non avere fretta. Hai davanti un uomo molto più saggio di prima, in compenso sono cambiate tutte le cose intorno a me. E’ strano come la vita possa cambiare da un momento all’altro e come si possa maturare”. “Ti sento diverso Santo sei un uomo sfiduciato. Dove è finita la tua bontà d’animo?”
“L’ho persa e sai perché? Perché mentre io stavo arrostendo su quel rottame, gli altri si arricchivano e giocavano sulla mia pelle, Sonia ha dovuto sposare Connelly e aspetta un figlio che non so se vedrò mai”.

“Se ti conosco bene ora stai facendo il pieno delle tue forze per passare all’attacco. Non sei uno che molla la partita” fece Alida risollevando le sorti di quella conversazione che stava diventando alquanto patetica. “Tu sei una donna incantevole. La tua forza è nella perspicacia e saggezza da vendere che hai. In questo momento invidio Moreno per aver preso il mio posto, sei sempre così ottimista”.
“Si Santo sarà la nuova gravidanza a rendermi felice o forse perché la vita mi piace a colori”.
“Cosa? Aspetti un bambino? Moreno sarà al settimo cielo!”
“Si è un tesoro. E’ un uomo forte come una roccia e profondo come un pozzo!”
“Lo conosco bene, è il mio migliore amico, anche lui è un pozzo di bontà. Ti auguro ogni bene con lui perché io non sono stato in grado di darti ciò che meritavi”.
“Auguro anche a te quello che è nel tuo cuore: un uomo felice ne fa tanti altri felici, mentre uno triste e deluso vive senza luce nel cuore”. Si sciolsero in un abbraccio. Alida gli ricordò che non tutte le speranze erano perse per i suoi occhi e che doveva darsi da fare a riguardo. Pochi giorni dopo Filippo accompagnò il padrone a Napoli per un contratto con l’armatore Massa. Costui necessitava di molti liquidi in seguito a una perdita al gioco e aveva ceduto a Santo una nave passeggeri e un mercantile. Le aveva acquistate dall’armatore Laurino, una leggenda per il mondo e per la penisola. Santo scendendo dai colli di Fontanelle, pensava che il panorama doveva risentire della inoltrata primavera e respirava l’aria che sapeva di mare, del suo mare. Si era abituato a contrattare e ad acquistare con una certa facilità e lo faceva con un pizzico di vanagloria, consapevole di ciò che era diventato. Il passaggio, da uomo di mare capace di far fronte a mille pericoli a uomo d’affari, l’aveva maturato molto. Per molti era un osso duro, per altri una leggenda, per altri un uomo rispettabile. Si sentì appagato nell’orgoglio quando anche il Nautilus e la Beatrice furono sue. Dopo l’acquisto l’armatore Massa gli fece alcune confidenze su Krups. Gli parlò di un figlio che si trovava da qualche parte nel mondo e che gli stava dilapidando l’intero patrimonio. Di questo passo la flotta di John Krups si assottigliava a vista d’occhio. Ora con una decina di navi non riusciva a sostenere il lavoro di trenta e aveva molti creditori alle spalle. Il figlio di Krups aveva il cognome della madre, Lorris, perché nato da una relazione con una donna che lavorava per lui, ma poi l’aveva riconosciuto come suo. In quel periodo si trovava ad Acapulco dove si godeva una vacanza da nababbo. Brandy ricattava il padre che se non gli avesse dato ciò che chiedeva avrebbe fatto uno scandalo con la sua rivelazione. Krups pur di accontentarlo era costretto a comprare tutto ciò che era di suo gradimento. Prima di Santo anche Krups si era fatto vivo presso l’armatore Massa ma non si erano accordati sul prezzo. “L'armatore deve aver paura di lei perché al momento rappresenta nell’ambiente il suo rivale. Lei può averlo in pugno quando vuole. Krups imbastisce affari con una certa facilità e la sua posizione cambia di giorno in giorno. Anche la sua posizione è cambiata da un giorno all’altro. In giro si dice che si sia servito proprio di Krups!” “In giro forse non si sa che è stato Krups ad essersi servito di me. Si è talmente servito di me che quando la nave si è incendiata mi ha dato subito per morto. Non ha pensato alla possibilità che forse potevo salvarmi. Tuttora pensa che io sia morto nell’esplosione della nave”. “Questo le fa onore Stazio ma vedo che vuole vendicarsi!”
“Dice male signor Massa, chiedo solo giustizia. Ho perso tutto: la donna che amo, la vista, la mia terra... Ho solo aperto gli occhi proprio quando i miei occhi sono rimasti al buio".

Jeffrey Connelly aveva uno strano modo di amare Sonia: investigava ogni sua uscita, il conto in banca, passava in rassegna i negozi dove andava, ossessionato dalla gelosia. Sonia si sentiva soffocare e sempre più spesso si rifugiava dalla zia per placare la sua ansia. La signora Krups la consolava come sempre, la rincuorava e pensava sempre più spesso di avere anche lei un po’ di responsabilità visto che non si era opposta al suo matrimonio.
“Connelly dovrebbe essere rinchiuso. Non ne posso più della sua gelosia. E’ asfissiante. Ora che Peter è un po’ cresciuto, continua a dire che non si aspettava un figlio così introverso, serio, poco incline al buonumore”. “Pensi che abbia capito che non è suo figlio?” “Be’ gli uomini sembrano distratti e invece fanno sempre centro”.
“E poi che dire del suo avvenire. Lo vuole armatore. Perché deve riprendere il destino di suo padre?” “Perché tu cosa vorresti per lui?” “Il suo vero padre era un grande uomo di mare, il patrigno un armatore, come puoi sperare che faccia un lavoro diverso da quello di suo padre naturale? Ho paura zia che mi ricordi il padre. Vedere Peter e pensare al padre è una cosa sola. In lui vedo Santo: lo sguardo, il carattere, ogni cosa di lui mi riporta al padre”.

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La calza della Befana

La Befana più bella che abbia mai ricevuto è sempre stata la calza che mi preparava mia madre: accurata, piena, elegante. La trovavo sempre sul letto già alle prime ore del mattino, prima ancora di aprire gli occhi, la toccavo girandomi nel letto sentendone il peso e il fruscio della carta delle cioccolate. Ha continuato a portarmi la calza della Befana anche da grande, la sua piccola calza, ma sempre la più bella. Non mancava di nulla e conteneva tutto quello che piaceva a me. Sono piccoli gesti che ci riempiono di affetto e quando non ci vengono dati ci sentiamo orfani. Come mamma anch’io l’ho sempre fatta.
Stamattina, influenzata e a letto, ho preparato una calza alla buona per mia figlia e sentendomi in colpa le ho scritto un biglietto in cui le dicevo che è stata una Befana povera quest’anno ma sarà migliore l’anno prossimo.
Lei si è commossa! Per me resta una bambina anche a diciannove anni e non posso fare altrimenti ricordandomi di mia madre che faceva lo stesso con me e quando mi portava la sua calza mi chiamava affettuosamente “la sua Menuccia". La cara vecchina che ogni anno ci viene a fare visita è una bellissima trovata per noi, per diffondere il nostro affetto, un giorno che forse fa più bene ai genitori che ai figli. Ci fa sentire utili, vivi, come se avessimo tra noi i nostri bambini sempre, anche quando sono cresciuti. Capisco solo ora l’urgenza di mia madre di portarmi la sua calza come se fosse stato un bisogno vitale. A volte la prendevo in giro dicendole che non vedevo quest’ansia della calza. Quando è venuta a mancare è stato per me come ricevere il carbone più nero o essere la cattiva più cattiva. Non mi piacciono i genitori che eludono la festa e vogliono essere freddi e cinici, svelando ai bambini quello che invece vorrebbero credere. Tradizione? Bisogno? Leggenda? Un po’ tutto questo. Sono dei gesti che restano nella memoria e non si dimenticano più. Magari ci fosse una Befana per tutti i bambini del mondo! Ma anche la befana resta un lusso dei paesi più ricchi e mentre per noi può significare un gesto affettuoso per altri può ritenersi uno spreco. La Befana è il giorno dei bambini ma anche quello in cui gli adulti ricordano quando erano piccoli.

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Si ricomincia



A fine anno si è un po’ confusi, presi dal vortice delle feste, dai consumi, dalla stanchezza. Un’ebbrezza per farci dimenticare il tempo, che, come si sa, non può fermarsi, né ripartire, così come non comincia e non finisce. Ultimo e  Primo sono solo parole per voler definire qualcosa che invece continua il suo corso. Le vere date della nostra vita non coincidono mai con la fine dell’anno, pertanto di questo limite ci ricordiamo a malapena. I giorni degni di memoria sono scolpiti dentro di noi e li riconosciamo anche senza metterci l’anno e il giorno.


 Hanno un posto d’onore, sono luminosi, nessuna crepa, né incrinatura. Sono riposti in un album tutto nostro e vengono alla mente richiamati da altri momenti. Finisce, più che un anno, un giro, un percorso a cui abbiamo dato una partenza e un arrivo e che riprende. Potremmo definirlo una sosta, un passaggio. La stessa stagione invernale non coincide con la fine dell’anno, ma continua anche nei mesi successivi. Continuare significa che niente finisce e niente comincia, il vecchio è unito al nuovo.  L’augurio è quello di spendere bene la nostra vita, che aggiunge sempre qualcosa che  non avevamo o che non comprendevamo. Brindiamo a nuovi giorni, che siano sempre luminosi e pieni di carica. Auguri per il futuro, per quello che ancora non conosciamo ma che è stato scelto per noi dall’eternità, che talvolta ci fa paura, altre volte  ci frena. Ogni volta è come se fosse la prima volta che festeggiamo. 


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I mestieri scomparsi: la lavandaia

Qualche giorno fa, di ritorno da Milano, in treno, ho letto un articolo molto interessante sulle lavandaie di Pavia. La foto che corredava l'articolo mi ha attirato in modo particolare, di una poesia unica. Donne chine sull'asse in riva al Ticino a strofinare la lisciva sui vari indumenti. Un mestiere quello della lavandaia ormai scomparso, oggi abbiamo le lavatrici, che automaticamente smacchiano, strizzano, centrifugano. Una volta il bucato era sapientemente opera di donne del mestiere che si prendevano cura dei panni. Allora c'erano le case del bucato e lì una vera catena di montaggio per smacchiare e pulire abiti e biancheria. Carla e Maria Luisa di Pavia hanno ricevuto un'onoreficenza per essere le ultime due lavandaie della città, alla veneranda età di 86 e 85 anni. 

C'era una volta la "lavandera" che lavorava con le mani nell'acqua e la schiena spezzata, sempre ricurva su un'asse a strofinare. Ma Carla racconta la sua storia affermando che tutta la famiglia contribuiva al lavoro. Ci si alzava presto e dopo aver rassettato la camera, ci si recava alla Casa del Bucato  dove si raccoglieva la biancheria e la si divideva per colori. Lì i panni si mettevano in ammollo in due grandi mastelli lasciandoli per tutta la notte. Il giorno dopo, con la carriola, su cui avevano diviso i paccotti di panni banchi e a colori, venivano portati al fiume e a riva venivano spazzolati sull'asse. Era questa la fase più dura. Le donne stavano per ore a strofinare sull'asse. Sciacquavano poi i panni nel fiume e li stendevano su corde lungo la riva, in estate, mentre in inverno venivano appesi nella Casa del Bucato dove mettevano più tempo ad asciugarsi. Quella della lavandaia era un'arte mal pagata: pochi soldi per un lavoro massacrante. Ma Carla si difende dicendo che lei in tutti questi anni non è mai andata in palestra, nè ha fatto diete e a questa età si sente fresca come una donzella. Il segreto della lavandaia era stendere bene i panni per non doverli stirare. Al lavoro partecipavano anche i familiari, difatti i mariti trasportavano le carriole dalla Casa del Bucato al fiume, colmi di paccotti in ammollo. I figli erano responsabili della consegna a domicilio. Questi mestieri di una volta sono ormai rappresentati da repertori di foto che mostrano quanta fatica costassero, ma anche la bellezza del lavoro di gruppo, coordinato, amato nelle sue varie fasi. A guardare le immagini di donne chine sull'asse da lavoro, una accanto all'altra in quello spazio d'acqua, nei loro abiti lunghi, con i visi contriti dalla fatica, mette addosso una certa malinconia a pensare quanto le nostre nonne abbiano lavorato e con quanta cura svolgessero il loro lavoro. Non c'erano panni non smacchiati, tutto era rigorosamente bianco e pulito contrariamente ad oggi che con tutte le macchine a disposizione a volte abbiamo un bucato poco curato. Mia nonna conservava sempre un po' di cenere  per poter smacchiare il bucato e, a volte, quando vedevo che strofinava gli abiti con una mangiata di polvere del camino, la guardavo inorridita. Il risultato era sempre ottimo. Oggi, se un capo ha delle macchie, ricorriamo a vari prodotti e sono così tanti che non sappiamo nemmeno quale sia quello più appropriato.
Fare il bucato, oggi, può sembrare una perdita di tempo, invece rappresenta un momento piacevole solo se si pensa che sono i panni dei nostri cari, così come quando li stiriamo. Il leggero profumo che emanano, al passaggio del ferro, ci ridona i momenti vissuti con loro,  ci ricorda quello che fanno, quanto sono importanti per noi. Prendersi cura del bucato di famiglia è una forma d'amore sottile, piacevole, unica. Un voler ammettere che solo noi possiamo toccare quei panni, e che nessuno potrebbe farlo meglio di noi, oltre al fatto che non concediamo a nessuno questo piacere tutto nostro.

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La letterina di Natale

Questa mania che ogni anno prende, in prossimità del Natale, di scrivere lettere, a Gesù, a Babbo Natale, a mamma e papà, è confortante, ed è una forma per incoraggiarsi,  prendersi cura di se stessi attraverso richieste varie, riflessioni, considerazioni. Ogni anno ci piace scrivere lettere a interlocutori vari soprattutto a Gesù, come se potesse darci la certezza che quello che chiediamo venga preso in considerazione. E così abbiamo educato anche i piccoli a questa  tradizione, vista come un piacevole obbligo soprattutto a mamma e papà che, come due angeli custodi,  vengono ad aiutarci.
Ci sono bambini che lo fanno con una serietà spiazzante, facendoci poi vergognare di non credere ai loro piccoli scritti. Dentro c'è di tutto: dai giocattoli agli abbracci, dal cibo alla cancelleria. Nella loro spontaneità i bambini sono anche efficienti, risoluti, chiari, contrariamente alla lettera di un adulto che risulta ipocrita o superficiale. 
A me piacerebbe scrivermi una lettera, sì, a me medesima, per dirmi tutte quelle cose che mi dico da sola, tra me e me e proprio per dirle tra me e me a volte le prendo per poco importanti. 
Cosa dovrei scriverci in questa lettera? Be' per prima cosa ricordarmi che è passato un altro anno e diciamoci la verità, si invecchia, ma questo preoccupa fino a un certo punto...anzi no, questa è la cosa che preoccupa di più, cambiare, trasformarsi e non avere più lo stesso aspetto. Mi auguro che con l'aspetto cambi anche la frenesia del fare le cose. Cosa sarebbe cambiare fisicamente e ritrovarsi con una forza sempre più grande nel fare? Ma d'altra parte non possiamo augurarci di essere meno efficienti, anzi, vogliamo mantenerci sempre in forze. Credo sia bello anche lasciarsi andare ai nostri momenti no, alla nostra stanchezza, alla nostra crescita interiore. Sono sicura però che la nostra anima ringiovanisca col tempo contrariamente al fisico, e questo è il vero problema. Con l'esperienza ci gestiamo meglio, sappiamo cosa vogliamo, e siamo più attenti. Poi vorrei dirmi di prendermi più tempo per me stessa. Credo che le nostre giornate debbano avere momenti di riposo come altri di riflessione. Oltre al fare c'è anche il riposare, ma nella nostra cultura, soprattutto meridionale, il piacere è all'ultimo gradino. Mia madre, quando mi vedeva seduta, magari a riflettere con un libro in mano, tra la lettura di una pagina e l'altra, mi diceva sempre che non dovevo stare con le mani in mano. Ma io non ero a perdere tempo, stavo lì a riflettere, e siccome lei non amava leggere, quando ero assorta nelle mie letture, credeva che non stessi facendo nulla. A volte le mamme ci mettono strane idee in testa e ora è colpa sua se mi rimbomba sempre nella mente questa frase che mi induce a fare una cosa dopo l'altra senza mai fermarmi. Così non mi ascolto, nella stanchezza come nella voglia di fare quello che più amo, sono eternamente alle prese con qualcosa.
Ancora mi vorrei dire di dare più spazio alle mie passioni, sì, e fare in modo che non vengano dopo tutto il resto. Non si è capito che il lavoro assorbe le nostre energie e non ce ne lascia per altro. Nessuno  tiene conto di questo e le passioni a volte dobbiamo rubarcele, come se fosse una debolezza fare quello che amiamo. Le passioni non sono meno importanti del lavoro e da questo momento in poi saranno per me  una priorità. E che sia una letterina valida per tutto l'anno e non solo in occasione del Natale.

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L'affare Sonia 22

Voleva raccontargli di suo padre, del grande uomo di mare, dei suoi sacrifici e constatare che anche lui aveva nel suo cuore i pensieri del suo papà. Voleva identificarsi in lui e vedergli in piccolo le sue caratteristiche. D’altra parte sarebbe stato difficile strapparlo a quel mondo così artefatto. Il suo posto era lì dove era nato, non avrebbe mai permesso di spostarsi altrove o poter capire il mondo del suo vero papà. Almeno nel pensiero cullava suo figlio perché solo lì poteva sentirlo suo, al riparo dalle convenzioni, dalle apparenze, semplicemente nel calore della verità. Immaginava le sue fattezze, le sue propensioni e lì al caldo dei suoi pensieri lo vedeva crescere meglio che se gli fosse stato accanto. Era questo particolare aspetto del suo carattere di pensare oltre misura su ogni cosa che non gli faceva rimpiangere la sua vista. 

Ogni tanto gli mancava il colore del sole e della sua terra, colori ineguagliabili. Era fortunato ad averli conosciuti: il bianco puro dei fiori d’arancio, il giallo dei limoni sempre profumati, il blu intenso del suo mare e il turchino del cielo o il verde dei monti intorno con tutte le sue gradazioni e ancora l’arancio intenso degli agrumeti sparsi ovunque. Tutti questi colori erano stampati nel suo cervello. L’unico interesse immediato, oltre al benessere dei suoi familiari erano gli affari che lo tenevano vivo. Sarebbe rimasto lì qualche mesetto prima di ripartire, là dove lo riportavano gli interessi sparsi per il mondo per poi ritornare alla sua seconda terra, Santa Cruz. Nel frattempo avrebbe retto i fili degli affari anche lì a Sorrento, aiutato da tutti i familiari e dagli stretti collaboratori. Nei giorni che seguirono rifinì la procedura per il divorzio con grande civiltà nei confronti della moglie. Le bambine ebbero il padre tutto per loro e si divertirono come un tempo sui colli vicino alla loro casa. Santo era ancora abile a tirare qualche palla o essere sbattuto sul prato e giocare con loro. Zack, fedele al suo ruolo di accompagnatore gli evitava tutti i pericoli. Le bambine erano veramente felici. Santo, a tratti, si immalinconiva, le cercava con le mani tese, le attirava a sé e le stringeva forte al petto: “Quanto mi siete mancate”!

“Papà fece Marika, perché non mi vedi?” “Perché ho giocato con un delfino che stava sotto la mia nave e alla fine mi ha fatto cadere in acqua e paf come per magia non ci vedo più!” “Allora è stato più forte di te?” “Molto più forte di me! Ora lo aspetto di nuovo e quando ritornerà lo affronterò con una forza maggiore”. “Oh papà, ti prego, fece Marika quasi piangendo, quello ti ammazzerà”.
“Ma che dici, stupida, fece Federica, mica è un uomo, è un pesce”.
“No, stai tranquilla, rispose il padre, ora so di essere più forte e lo ammazzerò, te lo prometto”.
“Bravo papà, sei sempre il più forte”. Zack accucciato al lato del padrone sembrava gradire quella conversazione e Marika liberatasi dalle braccia del padre gli diede un piccolo schiaffo e Zack intese che doveva giocare con lei.
Subito Federica si aggrappò al padre questa volta tutto per sé e lì appoggiata al suo petto dove poteva sentire il ritmo del suo cuore, sembrava al sicuro.
“Papà devi partire di nuovo?” “Federica adesso è tutto diverso. Papà non porta le navi, mai più. Ora papà le navi le compra e questo vuol dire che le mie assenze sono brevi e qualche volta porterò anche voi con me”.
“Papà perché hai lasciato mamma?” “Vedi, tesoro, la mamma è così buona con me e lo è sempre stata. Non voglio farla soffrire.
Lei ha sempre odiato le mie assenze. Moreno è stato il suo primo amore, mentre io amavo un’altra donna quando ero ancora ragazzo. Poi lei è stata mandata in America perché non volevano che si sposasse con me. Ora ci siamo incontrati a Santa Cruz, la mamma questo lo ha capito e non lo ha tollerato. Tra noi resta però l’affetto che ci ha uniti e voi che siete la nostra parte più bella. Insieme abbiamo deciso di stare con la persona che amiamo di più”.
“E noi? Ci ami di più come dici tu adesso che non stai più con la mamma?”
“Vedi, i figli si amano sempre di più rispetto a tutte le altre cose perché tu e Marika siete due pezzettini delle nostre vite, mia e di mamma. E’ come se qualcuno ti chiedesse se tu vuoi bene alla tua gamba o alle tue mani. Non puoi scegliere perché ami tutto il tuo corpo!” “E’ vero papà. Allora ci vorrai sempre bene?” “Come potrebbe essere diversamente? Adesso siete voi a farmi vedere. Ed io anche al buio vi vedo, siete i miei occhi.” “Papà sei così bravo e ti voglio sempre così”. Zack si unì a loro e insieme rotolarono sul prato primaverile, sotto il profumo degli aranci e limoni mentre in lontananza le scie delle navi solcavano il mare in ogni direzione.
Alida tornò a prendere le bambine. Santo la fece sedere accanto. Poteva immaginare le sue espressioni che conosceva bene ma molto meglio conosceva la sua bontà.
“Sei una donna straordinaria! Ti ho sposato proprio per questa caratteristica e sei stata contagiosa”. “Santo mi dispiace per tutto quello che è successo!” “Non lo dire. E’ solo colpa della mia testardaggine!” “Ora la vedi Sonia? State insieme?” “Non sto con lei. Mi sono trincerato dietro al mio buio. Devo prima risolvere qualche problema e poi vedremo”.


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L'affare Sonia 21


“ Stazio, sicuro, è stato un uomo eccezionale !” “Lo so e l’ho perso per sempre “. “Mi dispiace Sonia, non sapevo che Santo fosse il suo uomo, mi scusi, anche se lo conoscevo sposato”. “Si è vero, ma il nostro amore risale a prima che si sposasse, poi ci hanno impedito di continuare a vederci, troppi interessi e lui ha sposato una donna che non amava. E lei lo conosceva?”
“Certo, dalle nostre parti ci si conosce tutti.” “Lei non può capire quanto mi manca!” “Scusi, come è morto?” “In un incendio sulla nave che portava in Africa”. Santo era sul punto di dire la verità ma la nuova identità e lo scopo che si era prefisso lo fecero zittire e continuare il gioco, anche se poteva rivelarsi pericoloso perché non sapeva fino a che punto parlava di sé o come nuova identità. Sonia, intanto, raccontò il suo ritorno in America, del suo matrimonio e del figlio che attendeva da Santo quasi a giustificare le sue nuove nozze. A quelle parole Santo ebbe un momento di debolezza e dietro agli occhiali scuri fece capolino una lacrima forse di rabbia o di dolcezza per quel nuovo affetto di cui veniva a conoscenza o impossibilità di rivelarsi come il legittimo padre di quel bambino di cui forse non avrebbe mai più saputo nulla. “Ed ora come va il matrimonio?” “Come vuole che vada un matrimonio? Calcolato a tavolino! Sa, l’ho fatto per il bambino, per dargli un nome. Suo padre sarebbe stato fiero di lui. Si vede che non sono tagliata per l’amore”.

“E per quale interesse l’avrebbe fatta sposare suo zio?” “ Per la flotta che ha acquistato nel Pacifico”.
"Non poteva sottrarsi al volere di suo zio?"
"Se solo fosse ancora vivo Santo, allora sì che mi sarei sottratta. Ma senza di lui, sola e con un bambino, l'ho fatto per tante cose.Nelle scelte più difficili siamo sempre soli e indifesi. E si sceglie anche in base alle protezioni che possiamo avere." “Magnifico! Se lei ha una tale ascendenza su suo zio potrebbe permettermi qualche affare con lui. Sa io sono un inguaribile affarista, specialmente ora che mi ritrovo solo dopo la perdita della mia donna, che si chiamava proprio come lei e forse è per questo che il destino ci ha fatto incontrare”.
“Davvero? Non ci posso credere”. “Adesso penso che sia ora si smetterla con le mie chiacchiere, l’ho tediata un po’ troppo, mi scusi”. “No, al contrario, non sa quanto mi hanno fatto bene. Non capita tutti i giorni un interlocutore come lei, attento e interessato. Domani le farò recapitare il numero di un oculista che fa miracoli”.

Santo era riuscito a carpire dei segreti da Sonia che nemmeno immaginava. E lei si era lasciata andare a tali confidenze proprio per essere un perfetto sconosciuto per lei ma allo stesso tempo le era così familiare perché le ricordava Santo. 
 Nel giro di due mesi Santo acquistò tre navi, oltre al Noias, la Bali ed El Sombrero, tre navi mercantili che gli permisero grossi e proficui affari.
Il suo conto in banca saliva vertiginosamente. Le operazioni che riuscì a svolgere con le navi furono così importanti da cominciare ad essere temuto da armatori e grandi organizzazioni internazionali. Si conquistò anche l’appellativo di “Santo dei miracoli”. Nell’ambiente era conosciuto col nome di Giuseppe Gargiulo e quando era necessaria la sua firma nelle varie operazioni bancarie ricorreva all’amico Samoa per poi a breve giro di notaio fare la conversione dei beni a suo nome.
“Il Santo dei mari” provava un gusto particolare ad acquistare navi e a veder crescere dal niente la sua flotta. Sotto la sua direzione vi era un folto gruppo di uomini scelti personalmente. Ritornarono a lavorare con lui Cicione e Moreno ai quali diede la direzione rispettivamente del Bali e del Noias mentre altri scelti capitani furono posti alla guida delle altre navi. Dietro alla maschera assunta e barricato nel buio, mantenne un unico pensiero: togliere ogni potere a Krups, cercare di togliergli le navi più importanti della flotta. L’unico desiderio, oltre alle sue navi erano le sue figlie e non riusciva più a contenere la voglia di vederle. Moreno gli raccontò della loro vita e gli suggerì che forse era quello il momento giusto per partire e recarsi da loro. Era molto meglio per loro avere un padre non vedente che non averlo. In tutta questa frenesia di affari e voglia di ritornare, non approfondì la possibilità di consultare un chirurgo oculista e rimandò ulteriormente. Ora le forze erano proiettate altrove. Moreno lo convinse a ritornare a casa per rivedere le bambine. Partì col Noias, con Paloma, Filippo e Zack oltre all’equipaggio. Il Noias approdò a Napoli e da lì col traghetto si diresse a Sorrento. Il fratello, con una commozione che non si riconosceva, andò a prenderlo al porto e insieme ad alcuni vecchi amici si diressero alla casa paterna. I vecchi genitori lo aspettavano a braccia aperte. Era il loro figlio prediletto così gran lavoratore, così educato ma anche tanto sfortunato. Avevano imbandito un lungo tavolo sotto il pergolato come si faceva per le feste speciali. La madre gli lanciò le braccia al collo e piangendo non si staccava da lui. Anche lui piangeva come un bambino più per quello che gli era capitato che per il ritorno a casa.


Era a casa, in quell’aria tanto familiare. Non avrebbe potuto trovare al mondo un posto più bello della sua Sorrento. Quell’aria  fine, entrandogli nei polmoni immetteva dentro delle forze sovrannaturali. Lì non era più un uomo, ma un dio. Casa sua lo invitava a lasciarsi andare, a farsi coccolare come quando era piccolo, a sfogarsi dei problemi e delle incomprensioni, il tempo là era come sospeso. Non c’erano le corse come altrove, non c’era alcuna rotta da seguire, solo dare slancio ai suoi pensieri e mettere a riposo il cuore. I sapori e i profumi della sua terra lo risollevarono dai tormenti avuti. In un cantuccio del pergolato Alida lo guardava con l’amore di sempre, piangendo si ritrasse, spingendo avanti le bambine per far loro incontrare il padre. Santo, allora di staccò dalla madre, avendo udito  un leggero singhiozzo e si diresse verso le voci. In un attimo si trovò abbarbicato alle piccole che gridavano: “Papà, papà” “ Tesori miei, disse Santo stringendole a sé fino quasi a farle male. Le baciava come se si fosse prostrato davanti a Gesù Bambino. Poi si sciolse dall’abbraccio tenero e prolungato e avanzò cercando con la mano protesa la madre delle sue bambine. Lei, timorosa, commossa ed estasiata da quell’uomo che pure era stato suo marito, anticipò la sua mossa e si fece avanti con timidi passi. Quando le dita trovarono il suo braccio e le sue mani invasero il suo viso, Santo l’attirò a sè con forza e la strinse tra le sue braccia quasi a sgretolarla, lei così piccola ed esile tra quelle braccia robuste e massicce.
“Sei sempre grande, gli sussurrò lei all’orecchio e poi sottovoce: Perdonami!
“ Di che cosa? “ fece Santo, se ti ho abbandonata! “Vedi il destino cosa mi ha preservato?”
“Non dire così, vedrai che guarirai, dentro e fuori!” “Sei sempre stata così buona con me mentre io non ti ho dato niente. Sei tu a dovermi perdonare!” “Lascia stare Santo e stai attento a te ora”. Zack provò una tale gioia per tanto affetto dimostrato al suo padrone da provare disagio perdendo il suo ruolo di accompagnatore. Preferì giocare con le bambine che si deliziarono a stare con un cane che sembrava un uomo. Paloma, invece, lodava la mamma di Santo per avere un figlio così sensibile e buono. La giornata produsse una tale felicità nell’aria che ogni stilla di buon umore risultava contagiosa. A sera dormì nel suo letto e si sentì leggero come non lo era da molto. I ricordi lo invasero, ma il suo futuro lo affascinava di più. Nei pensieri c’era Sonia, suo figlio e la fortuna di Krups. Al buio dei suoi occhi vedeva meglio e in modo più chiaro di prima.

Nel profondo del suo cuore, non si faceva illusioni. Anche se fosse tornato da Sonia la sua condizione di inabile gli avrebbe impedito una vita come avrebbe desiderato. Era meglio non pensarci più. D’altra parte Sonia si era fatta una vita sposando un altro uomo, pur non amandolo. Ciò che gli impediva questi ragionamenti razionali era suo figlio. Sentiva per quel bambino una voglia prorompente di vederlo, stringerlo e raccontargli che era suo padre. Non poteva resistere al fatto che un altro gli facesse da padre: uno psicopatico, viziato, arrogante e nullafacente.

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