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L'affare Sonia 21


“ Stazio, sicuro, è stato un uomo eccezionale !” “Lo so e l’ho perso per sempre “. “Mi dispiace Sonia, non sapevo che Santo fosse il suo uomo, mi scusi, anche se lo conoscevo sposato”. “Si è vero, ma il nostro amore risale a prima che si sposasse, poi ci hanno impedito di continuare a vederci, troppi interessi e lui ha sposato una donna che non amava. E lei lo conosceva?”
“Certo, dalle nostre parti ci si conosce tutti.” “Lei non può capire quanto mi manca!” “Scusi, come è morto?” “In un incendio sulla nave che portava in Africa”. Santo era sul punto di dire la verità ma la nuova identità e lo scopo che si era prefisso lo fecero zittire e continuare il gioco, anche se poteva rivelarsi pericoloso perché non sapeva fino a che punto parlava di sé o come nuova identità. Sonia, intanto, raccontò il suo ritorno in America, del suo matrimonio e del figlio che attendeva da Santo quasi a giustificare le sue nuove nozze. A quelle parole Santo ebbe un momento di debolezza e dietro agli occhiali scuri fece capolino una lacrima forse di rabbia o di dolcezza per quel nuovo affetto di cui veniva a conoscenza o impossibilità di rivelarsi come il legittimo padre di quel bambino di cui forse non avrebbe mai più saputo nulla. “Ed ora come va il matrimonio?” “Come vuole che vada un matrimonio? Calcolato a tavolino! Sa, l’ho fatto per il bambino, per dargli un nome. Suo padre sarebbe stato fiero di lui. Si vede che non sono tagliata per l’amore”.

“E per quale interesse l’avrebbe fatta sposare suo zio?” “ Per la flotta che ha acquistato nel Pacifico”.
"Non poteva sottrarsi al volere di suo zio?"
"Se solo fosse ancora vivo Santo, allora sì che mi sarei sottratta. Ma senza di lui, sola e con un bambino, l'ho fatto per tante cose.Nelle scelte più difficili siamo sempre soli e indifesi. E si sceglie anche in base alle protezioni che possiamo avere." “Magnifico! Se lei ha una tale ascendenza su suo zio potrebbe permettermi qualche affare con lui. Sa io sono un inguaribile affarista, specialmente ora che mi ritrovo solo dopo la perdita della mia donna, che si chiamava proprio come lei e forse è per questo che il destino ci ha fatto incontrare”.
“Davvero? Non ci posso credere”. “Adesso penso che sia ora si smetterla con le mie chiacchiere, l’ho tediata un po’ troppo, mi scusi”. “No, al contrario, non sa quanto mi hanno fatto bene. Non capita tutti i giorni un interlocutore come lei, attento e interessato. Domani le farò recapitare il numero di un oculista che fa miracoli”.

Santo era riuscito a carpire dei segreti da Sonia che nemmeno immaginava. E lei si era lasciata andare a tali confidenze proprio per essere un perfetto sconosciuto per lei ma allo stesso tempo le era così familiare perché le ricordava Santo. 
 Nel giro di due mesi Santo acquistò tre navi, oltre al Noias, la Bali ed El Sombrero, tre navi mercantili che gli permisero grossi e proficui affari.
Il suo conto in banca saliva vertiginosamente. Le operazioni che riuscì a svolgere con le navi furono così importanti da cominciare ad essere temuto da armatori e grandi organizzazioni internazionali. Si conquistò anche l’appellativo di “Santo dei miracoli”. Nell’ambiente era conosciuto col nome di Giuseppe Gargiulo e quando era necessaria la sua firma nelle varie operazioni bancarie ricorreva all’amico Samoa per poi a breve giro di notaio fare la conversione dei beni a suo nome.
“Il Santo dei mari” provava un gusto particolare ad acquistare navi e a veder crescere dal niente la sua flotta. Sotto la sua direzione vi era un folto gruppo di uomini scelti personalmente. Ritornarono a lavorare con lui Cicione e Moreno ai quali diede la direzione rispettivamente del Bali e del Noias mentre altri scelti capitani furono posti alla guida delle altre navi. Dietro alla maschera assunta e barricato nel buio, mantenne un unico pensiero: togliere ogni potere a Krups, cercare di togliergli le navi più importanti della flotta. L’unico desiderio, oltre alle sue navi erano le sue figlie e non riusciva più a contenere la voglia di vederle. Moreno gli raccontò della loro vita e gli suggerì che forse era quello il momento giusto per partire e recarsi da loro. Era molto meglio per loro avere un padre non vedente che non averlo. In tutta questa frenesia di affari e voglia di ritornare, non approfondì la possibilità di consultare un chirurgo oculista e rimandò ulteriormente. Ora le forze erano proiettate altrove. Moreno lo convinse a ritornare a casa per rivedere le bambine. Partì col Noias, con Paloma, Filippo e Zack oltre all’equipaggio. Il Noias approdò a Napoli e da lì col traghetto si diresse a Sorrento. Il fratello, con una commozione che non si riconosceva, andò a prenderlo al porto e insieme ad alcuni vecchi amici si diressero alla casa paterna. I vecchi genitori lo aspettavano a braccia aperte. Era il loro figlio prediletto così gran lavoratore, così educato ma anche tanto sfortunato. Avevano imbandito un lungo tavolo sotto il pergolato come si faceva per le feste speciali. La madre gli lanciò le braccia al collo e piangendo non si staccava da lui. Anche lui piangeva come un bambino più per quello che gli era capitato che per il ritorno a casa.


Era a casa, in quell’aria tanto familiare. Non avrebbe potuto trovare al mondo un posto più bello della sua Sorrento. Quell’aria  fine, entrandogli nei polmoni immetteva dentro delle forze sovrannaturali. Lì non era più un uomo, ma un dio. Casa sua lo invitava a lasciarsi andare, a farsi coccolare come quando era piccolo, a sfogarsi dei problemi e delle incomprensioni, il tempo là era come sospeso. Non c’erano le corse come altrove, non c’era alcuna rotta da seguire, solo dare slancio ai suoi pensieri e mettere a riposo il cuore. I sapori e i profumi della sua terra lo risollevarono dai tormenti avuti. In un cantuccio del pergolato Alida lo guardava con l’amore di sempre, piangendo si ritrasse, spingendo avanti le bambine per far loro incontrare il padre. Santo, allora di staccò dalla madre, avendo udito  un leggero singhiozzo e si diresse verso le voci. In un attimo si trovò abbarbicato alle piccole che gridavano: “Papà, papà” “ Tesori miei, disse Santo stringendole a sé fino quasi a farle male. Le baciava come se si fosse prostrato davanti a Gesù Bambino. Poi si sciolse dall’abbraccio tenero e prolungato e avanzò cercando con la mano protesa la madre delle sue bambine. Lei, timorosa, commossa ed estasiata da quell’uomo che pure era stato suo marito, anticipò la sua mossa e si fece avanti con timidi passi. Quando le dita trovarono il suo braccio e le sue mani invasero il suo viso, Santo l’attirò a sè con forza e la strinse tra le sue braccia quasi a sgretolarla, lei così piccola ed esile tra quelle braccia robuste e massicce.
“Sei sempre grande, gli sussurrò lei all’orecchio e poi sottovoce: Perdonami!
“ Di che cosa? “ fece Santo, se ti ho abbandonata! “Vedi il destino cosa mi ha preservato?”
“Non dire così, vedrai che guarirai, dentro e fuori!” “Sei sempre stata così buona con me mentre io non ti ho dato niente. Sei tu a dovermi perdonare!” “Lascia stare Santo e stai attento a te ora”. Zack provò una tale gioia per tanto affetto dimostrato al suo padrone da provare disagio perdendo il suo ruolo di accompagnatore. Preferì giocare con le bambine che si deliziarono a stare con un cane che sembrava un uomo. Paloma, invece, lodava la mamma di Santo per avere un figlio così sensibile e buono. La giornata produsse una tale felicità nell’aria che ogni stilla di buon umore risultava contagiosa. A sera dormì nel suo letto e si sentì leggero come non lo era da molto. I ricordi lo invasero, ma il suo futuro lo affascinava di più. Nei pensieri c’era Sonia, suo figlio e la fortuna di Krups. Al buio dei suoi occhi vedeva meglio e in modo più chiaro di prima.

Nel profondo del suo cuore, non si faceva illusioni. Anche se fosse tornato da Sonia la sua condizione di inabile gli avrebbe impedito una vita come avrebbe desiderato. Era meglio non pensarci più. D’altra parte Sonia si era fatta una vita sposando un altro uomo, pur non amandolo. Ciò che gli impediva questi ragionamenti razionali era suo figlio. Sentiva per quel bambino una voglia prorompente di vederlo, stringerlo e raccontargli che era suo padre. Non poteva resistere al fatto che un altro gli facesse da padre: uno psicopatico, viziato, arrogante e nullafacente.

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L'affare Sonia 20

Dopo quella interminabile giornata, Santo cominciò a prendere gusto nell’imbastire le trame delle sue sottili ragnatele. Aveva fatto un buon lavoro e da quel momento dava inizio alla sua risposta a quell’uomo che lo aveva sempre stimolato e poi affondato. Il giorno successivo Krups lo informò che sua nipote sarebbe arrivata lì tra qualche giorno. Forse Krups gli avrebbe ceduto la nave ed era felice per questo, ma non era preparato alla novità che sarebbe giunta Sonia a Santa Cruz. Di fronte a questa grande notizia, decise di non cambiare più le sue fattezze con la complicità di Paloma e Filippo. Anche Filippo dovette camuffare il suo aspetto perché Sonia lo conosceva.




 Per questo comprò abiti larghi, folti baffi e cambiò pettinatura. Dall’aspetto sembrava un uomo di mezza età. Sonia giunse sull’isola con grande trepidazione da parte di Santo. Si sentiva come un ragazzo al suo primo incontro. L’emozione fu forte ma era consapevole di mantenere un certo atteggiamento e non lasciar trapelare emozioni. Non poteva permettersi di sbagliare, qualsiasi passo falso o gesto troppo sentimentale, avrebbe mandato a monte l’affare, e ora era solo un uomo d’affari. Fu tanta l’emozione che mandò a chiamare il vecchio Semoa per raccontargli tutto. Si fidava di lui. Era stato il primo amico che si era fatto sull’isola quando era solo un mozzo. Sapeva ciò che gli aveva fatto Krups e gli fece giurare sulla madre di non svelare la sua identità. Gli offrì del denaro come compenso per l'aiuto e gli disse che avrebbe siglato lui il contratto per poi girarlo a Santo. Semoa fu molto paterno con lui. Accettò il denaro perché Santo voleva così, e gli voleva bene come un caro amico al quale non si può negare niente. La trattativa tanto attesa fu finalmente definita e Samoa, come istruito da Santo, corse a stipulare il contratto con Sonia. Giustificò la sua partecipazione come garante del signor Gargiulo che, dato era non vedente, necessitava di qualcuno che definisse a vista tutte le clausole e le particolarità del contratto. Santo pensava anche che questo espediente gli evitasse di incontrare Sonia, ma non fu così poiché Krups, ad affare avvenuto, volle dare un party per festeggiare il nuovo proprietario della Noias.

La stessa Sonia si era liberata di quella nave che portava il suo nome quasi fosse stato un peso. La Noias la riportava al passato, a Santo, alla tragedia subita e forse era stato meglio per lei non essere legata a quel passato doloroso. Anche lei voleva conoscere colui che aveva beneficiato ma dal quale era stata liberata da un bel fardello. Santo, sotto le spoglie di Gargiulo non potette esimersi dall’invito anche perché Sonia lo voleva conoscere di persona.
Il ricevimento si tenne in campo neutro, cioè a casa dell’armatore Samoa che voleva essere d’aiuto a Santo e con la sua complicità gli semplificava il gioco. A casa Samoa, Santo giunse al seguito di Paloma, Filippo e Zack e non ebbe difficoltà a destreggiarsi. Cercò di assumere un atteggiamento di vero uomo d’affari, un vero duro che non voleva indurre pietà per la sua condizione. Anzi, sembrava protetto dal fatto di non vedere. Appena Sonia arrivò alla villa, Filippo corse ad avvisare Santo dandogli una pacca sulle spalle. La attese accanto il divano e quando gli giunse il suo profumo alle narici, non ebbe dubbi che era lì vicino a lui. Sonia senza il minimo sospetto salutò l’uomo che aveva di fronte con buona educazione, con un sorriso sulle labbra e perorando la causa della sua nave. La decantò come non si era ritrovata mai a fare una cosa del genere e Santo oltre a non vedere si era ammutolito perché amava ascoltare la sua voce così calma, dolce, quasi un suono per le sue orecchie. Poi Sonia gli chiese il motivo della sua cecità e lui rispose di esserlo diventato in seguito a un contatto prolungato con sostanze nocive, evitando accuratamente di raccontarle dell’incidente, perché avrebbe potuto capire.
“Sa, fece Sonia, il fatto di non essere cieco dalla nascita può farla sperare di riacquistare la vista.” “Forse non ne ho nemmeno tanta voglia e non vedere mi aiuta a riflettere meglio. Con un senso in meno affino gli altri.” “Perché non provare signor Gargiulo? La vita riserva sempre delle sorprese”.
“E’ vero anche se non sempre sono belle”. “Lo so, rispose Sonia, diventata triste subito”. “Perché mi risponde in modo così serio Sonia?” “Perché la mia sorpresa è stata violenta e sgradita e in un’ora è cambiata completamente la mia vita”. “Oh , mi scusi per essere stato così invadente!” “Si figuri quale invadenza. Forse lei lo conosceva il signor Santo Stazio?".


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L'affare Sonia 19

Catapultati nella sua stanza, lo trovarono seduto sul letto che grondava sudore, stravolto. Raccontò di aver rivissuto la notte dell’incendio e il fuoco aveva un bagliore strano, quasi un colore innaturale. Lui tendeva verso quel chiarore, ma la nave colava a picco e così scivolava senza poter raggiungere la luce. Caduto in acqua, poi, quella luce si allontanava, ma non si spegneva, anzi erano diventate due le fonti di luce che lo incantavano e lo trattenevano su un largo pezzo di legno, riuscendo a salvarsi, altrimenti sarebbe annegato, inghiottito dalle fiamme. “E’ stato un incubo", disse Filippo volendolo rassicurare. "Ora è tutto finito e qui ci siamo noi!”

Paloma gli portò dell’acqua, aprì la finestra e gli fece impacchi sugli occhi.Lei pensava che per il fatto di non vedere, Santo si sentiva ardere dal desiderio dell’antica vista e questo era forse il motivo della luce vista in sogno. Da allora, quel sogno divenne il suo incubo. La luce accecante splendeva nei suoi sogni e non riusciva a capirne il significato. Anche Zack non andava più a chiamare Filippo e Paloma quando il padrone si svegliava di notte.
In un giorno di primavera, Santo appoggiato al suo bastone, respirava il profumo dei fiori riversi sul muretto di cinta che dava sul mare. Ogni tanto alzava il bastone per accertarsi che i fiori erano proprio lì sotto il suo naso. Chiamò Zack che stava lì accanto e in un momento si avvicinò.
“Zack, portami le sigarette dal tavolino e chiama Filippo.” Appena sentì Filippo avvicinarsi gli chiese a bruciapelo: “Filippo che navi ci sono nel porto?”
Filippo dopo una rapida occhiata giù, proprio sotto il pergolato, rispose un po’ in difficoltà: “Quali navi?” “Si hai capito bene, voglio sapere i nomi delle navi che ormeggiano qui sotto” disse Santo un po’ innervosito dal modo di tergiversare di Filippo.
“Eh…vediamo, c’è il Lisbona,il Sanchez, il King e una nave mai vista o sentita prima, il Noias.”
“La Noias dici?" ripetè sogghignando. "Lo sapevo, era prevedibile, come ho fatto a non pensarci prima?” “Cosa stai pensando? Ti conosco. Devi pensare a curarti, dobbiamo andare in Svizzera, non ricordi? La visita da quel luminare…”. Filippo cercava di distoglierlo da ciò che entrambi avevano capito. Avevano fiuto e spesso non c’era bisogno di confrontarsi perché intuivano perfettamente le situazioni. “Filippo, ora basta! Vuoi aiutarmi?” “Si Santo, tutto ciò che vuoi, fece Filippo, quasi deponendo le armi.” “Bene, tu sai che ho un bel gruzzolo da parte e posso pagarti bene. Ora io sono la mente e tu il braccio. Devi scendere al porto e avvicinare un po’ i capitani del King e del Noias! Forse non hai ancora capito che Krups è sull’isola. Non solo. Il Sonia è affondato nemmeno cinque mesi fa e già un’altra nave ha preso il suo posto e sai cosa vuol dire? Te lo dico io. Krups ha prelevato una nave nuova ma non con i soldi della scommessa, ma mettendo di nuovo il nome Sonia e se il mio ragionamento fila, vuol dire che quella nave appartiene anche a Sonia. Filippo, Sonia si è sposata, capisci? E’ all’oscuro di tutto, non conosce la mia sciagura, non sa niente! Capisci Filippo?”
“Santo sei un mostro!” “No Filippo, sono solo un uomo solo che soffre come un cane! E sai perché? Perché ancora una volta gli affari si antepongono al sentimento! Allora farò in modo che gli affari prevalgano sul resto e forse sarà la volta buona! Va, corri e portami notizie.” Filippo ammirando Santo come non mai, si avviò al porto per venire a conoscenza di tutto quanto poteva essere utile. Pensò sotto suggerimento di Santo di vestirsi da capitano di bordo e sembrare uno di loro. Subito si diresse al King. La nave dell’armatore Krups era ormeggiata accanto al Noias. Sul molo l’equipaggio caricava la nave. A terra sostava il capitano. Fingendosi un collega dei due capitani, cominciò a chiedere piccole cose ai ragazzi sul ponte della nave. Ebbe modo di prendere parte ai loro discorsi, di ascoltare ciò che essi dicevano e di ascoltare attentamente quando si faceva il nome di Krups, Sonia, matrimonio. Come in ogni ambiente anche tra i marinai si usava fare qualche pettegolezzo o qualche critica un po’ accesa. Appena fece il pieno delle notizie che gli interessavano, Filippo, con una scusa plausibile lasciò la nave e scappò da Santo. Erano già le quattro del pomeriggio quando riferì a Santo che Krups aveva aggiunto altre navi alla sua flotta grazie al matrimonio della nipote Sonia con Connelly e che il Noias era chiamato così per il nome di Sonia: era l'anagramma.
Santo fu freddo e distaccato. Riuscì a contenere la sua rabbia, il suo sentimento più vero per Sonia come chi sa di essere stato sconfitto; il suo disprezzo per Krups. Mostrò una lucidità mentale che non gli era mai stata congeniale. Assorto nel suo silenzio, rifletteva senza scomporsi, senza fretta sul da farsi. Poi pacato, quasi stesse dicendo un fatto che non gli appartenesse, si rivolse a Filippo: “Vuoi essere mio socio? Qui non ho amici, Filippo e malgrado la tua giovane età mi fido di te e ti conosco da quando eri un mocciosetto così, disse facendo con la mano un segno a metà gamba. Se accetti, ti assicuro che diventerai un uomo ricco.” “Santo che cosa vuoi fare, non chiedere vendetta, ragiona.”
“Non è vendetta, Filippo, è realtà. Krups si è arricchito ulteriormente spellandomi vivo. Prima si è servito di me per fare soldi e poi di Sonia per acquistare un’altra flotta! Deve semplicemente ridarmi ciò che mi appartiene! Questa non è vendetta, Filippo, ma giustizia. Bisogna chiamare le cose con il loro nome. Prima cosa voglio sapere se sei con me in modo serio e devoto.”
“Si Santo sono e sarò sempre dalla tua parte.” “Bene. Qui ci sono 5 milioni, vai al porto e cerca qualcuno in dogana che ti blocchi il Noias nel porto per alcuni giorni adducendo come pretesto il fatto che Krups sta male. Nel frattempo manderò Paloma a casa di Krups per invitarlo a concedermi una visita, al resto penso io.” Filippo tutto preso dal nuovo contesto, fece ciò che gli disse Santo, mentre Paloma, da brava spagnola, fedele al suo padrone, si recò da Krups. Santo si cercò un nome fittizio, Giuseppe Gargiulo, armatore della penisola sorrentina. Grazie a Paloma si era procurato parrucca e barba e aveva camuffato il suo aspetto. Quei tre avevano messo su un’organizzazione veramente efficiente e movimentarono alacremente la monotonia delle loro giornate.
Krups aveva accolto Paloma con interesse quando si rese conto che si trattava d’affari. Dopo un’iniziale difficoltà a capire chi fosse colui che cercava un colloquio con lui, si lasciò andare dal fare materno di Paloma e pensò che una donna così essenziale, senza fronzoli o smancerie non poteva essere che una persona seria. Si precipitò a casa dell’armatore sorrentino dove fu ricevuto con calorosa accoglienza da parte di Paloma, la quale, secondo le disposizioni di Santo, lo fece attendere nel salotto. Quando Krups vide il suo interlocutore avanzare tenendosi al bastone e con occhiali, si alzò e disse: “Oh signor Gargiulo, mi scusi ma non ero al corrente delle sue condizioni!”
“Non si preoccupi, signor Krups, disse Santo camuffando la sua voce con un tono più roco, dispiace a me non poterla conoscere di persona ma solo di fama!”
“Lei è troppo buono signor Gargiulo!
“Paloma porta un buon caffè napoletano al signor Krups! Non c’è niente da fare, il nostro caffè è il migliore e un’ospitalità veramente regale prevede un caffè napoletano! Non è così?” “Sicuro, fece Krups, vedo che lei se ne intende di ospitalità e caffè.”
“E anche di navi, per dire meglio di affari. Ho sentito parlare del Noias ormeggiato qui a Santa Cruz e si dice che sia una favola.” “Nuovo di zecca signor Gargiulo e non sa quanto mi è costato.”
“Lo immagino e proprio perché conosco il prezzo delle navi e quanto esse impegnino, volevo farle una congrua offerta per acquistarla.” “Signor Gargiulo quella nave è qualcosa di personale, a cui tengo molto. E’ l’ultima arrivata nella mia flotta e temo anche di farla viaggiare per non sciuparla.”


“Non sapevo di questo aspetto familiare, e mi dica, se è lecito sapere, perché tanto trasporto per il Noias.” “Guardi, quel gioiellino che purtroppo lei non può vedere è stato costruito per mia nipote Sonia come regalo di nozze ed esce proprio da cantieri italiani. L’ho prelevata qualche mese fa e questo è il suo secondo viaggio al suo attivo.” “Capisco e mi dispiace molto. Tenga presente, comunque della mia possibilità d’acquisto, posso pagarle qualunque richiesta, purchè ragionevole, signor Krups.”
“Diciamo pure che sta solleticando il mio fiuto per gli affari, ma è una questione familiare. Dovrei interpellare mia nipote per sapere se è disposta a vendere, sa è azionaria di gran parte delle quote di cui disponiamo. Ad ogni modo ci penserò. Non mi precludo mai niente signor Gargiulo. I signori del mare la pensano così.” “E sono d’accordo con lei signor Krups, mai mollare la presa.”
Dopo alcuni convenevoli i due lupi si lasciarono con una buona cordialità anche se ciascuno già stava riflettendo la mossa successiva. Krups non immaginava che sotto le spoglie di Giuseppe Gargiulo si celasse Santo. Il gioco era stato perfetto. Santo pensò bene di mandare Filippo al porto a cercare il vecchio Semoa, un armatore dell’isola per un appuntamento. Costui avrebbe dovuto bloccare il Noias nel porto con la scusa di aspettare un carico dalle Azzorre da parte sua. Santo stava lavorando bene e cercava di mettere Krups sulla buona strada. In serata spedì una cassetta di vini campani a casa dell’armatore con un biglietto di cortesia. Alla vista del biglietto e dei vini Krups intuì che quell’uomo aveva qualcosa di importante con quella nave e non gli dispiacque tutto quel corteggiamento. Il giorno successivo una lunga e lussuosa macchina fu mandata a Krups per essere prelevato e portato a casa Gargiulo. In questa seconda mossa del suo piano, studiato nei minimi particolari, gli svelò il motivo della sua insistenza per quella nave. La sua donna si chiamava Sonia e quando aveva saputo di quella nave ormeggiata nel porto di Santa Cruz gli era sembrato un segno divino. “E’ stato come se qualcuno mi dicesse: vedi, lì c’è Sonia, è venuta a stare con te. Capisce signor Krups. Noi uomini di mare sembriamo burberi e sfrontati ma abbiamo più cuore di un bambino. E poi si vive anche di sogni, ci aiutano a sopravvivere, ad andare avanti.” “Capisco benissimo signor Gargiulo, disse Krups, bisogna credere al destino. Mi dispiace per la sua
storia così triste. Potrei raccontarle la mia che non è da meno. Ma sappiamo benissimo che gli uomini di mare non si crogiolano nelle loro sventure. Essi sanno solo lottare e sopravvivere e se poi lo fanno con astuzia allora sono dei veri lupi.” “Vuole dire come noi? Lo reputo un complimento classificarmi come un vero marinaio, signor Krups, detto da lei che ha un passato da battere tutti i record allora è veramente lodevole.”
“Signor Gargiulo prendo a cuore la sua causa e mi metterò in contatto con mia nipote, sarà lei a definire questo nostro affare e se Dio vorrà il vento potrà essere dalla sua parte.”


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Verde bosco

 "Col verde ogni donna ci perde", ma le mode cambiano, così come le idee e adesso è il colore che guida le collezioni. Da cosa sarà stato ispirato? Dagli alberi, dall'erba? O proprio dal bosco? Anche Agnese Landini, moglie del Premier, lo ha indossato per il ricevimento alla Casa Bianca. Sarà nostalgia del verde, sempre più depauperato nel mondo, che ispira gli stilisti a coprire le donne con un bosco? O forse è un tornare ai colori della terra, della natura, della vita all'aria aperta? Quanti verdi, quante sfumature e poi per quale motivo reputarlo un colore minore? Sarà per il fatto che è un colore secondario, formato dal blu e dal giallo, che lo rende meno prezioso degli altri, o forse un colore mimetico che non definisce ma un po' confonde, ad averlo lasciato  di nicchia per tanto tempo. Ma adesso è un trionfo di tonalità dal verde chiaro al senape passando per tutti i suoi mezzi toni. Eppure il verde bosco è un colore deciso, snellente, un colore freddo...

Un colore carico di terra. Ricorda anche tante storie, letarghi, freddi, umidità, ombre e buio. Nel verde  bosco si nasconde la vita dei suoi abitanti, di tutte le creature che vi trovano riparo, di forza, dando la sensazione di coprirsi di natura. E' un colore da indossare, provare, sicuramente gli si riconoscerà un aspetto che non sapevamo, un tappeto di verde che ci copre dandoci l'illusione della rinascita, della crescita, dell'andare avanti nella vita. C'è una storia di noi che può essere raccontata dai nostri abiti e dai loro colori. Ci sono quelli cui siamo molto affezionati per quanto ci donano quando li indossiamo e poi quelli che ci piacciono per comodità e quelli, ancora, che con le loro fantasie hanno dato vita a sogni e passioni. Il verde mi ricorda l'infanzia, assieme ai rosso porpora e gli amaranti, colori pieni con cui mi coprivo come una principessa. Anch'io avevo il mio colore verde bosco: un cappottino, in cui mi sentivo a mio agio e che ben mi rappresentava. E' stato "il cappottino", con bottoni dello stesso colore a ricordarmi  un'età, un'epoca, un pezzo di vita. Quando mi vestivano, mi appoggiavo su qualche sedia e, nell'attesa, accarezzavo i bordi del cappotto, ne passavo il contorno e mi piaceva vedermi come un prato. Poi è stata la volta di camicie con nastri e i pullover e gli abiti della mia adolescenza. Il verde bosco sapeva d'autunno, di cambio di temperature, con tante sfumature rinfrescanti, a volte anche calde tonalità che mi ammantavano facendomi sentire un tappeto sotto gli alberi.Vestirci con i colori delle stagioni è un modo per essere in sintonia con la natura. E quando ho visto il colore verde bosco della signora Renzi, l'ho trovata deliziosa, fanciullesca, una bambina. Il pizzo acquistava ancora più bellezza e mi sono rivista con tutti  miei abiti verde bosco!

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Un paio di francesine

L'altro giorno ho comprato delle scarpe, francesine, nere, belle, lucide, soprattutto comode. Le ho misurate con le calze nere sotto i pantaloni e stavano una meraviglia! Mi guardavo nello specchio del negozio seguita dalla commessa con fare gentile e rilassata, visto che ero convinta ad acquistarle e non c'era da perdere tempo con me. Poi mi sono seduta e le ammiravo: che belle, con le stringhe, femminili anche se basse. Ma quando mi sono soffermata sui decori, quei forellini che danno forma a un disegno ben definito, quasi standard, nella mia mente è passato un ricordo. E' stato un attimo, ma è arrivato in tutta la sua forza.
Ero dalle suore, bambina, appena 5 anni, con mia sorella, più piccola di me. Avevo le stesse scarpe sotto la tenuta da college fatta di gonna a pieghe, camicia bianca e pullover. Tutti avevamo la stessa divisa. Mi piaceva quel completo, sapeva di scuola ed io ho sempre amato la scuola, l'aria che si respirava, i quaderni, i colori, le matite, lo scrivere, temperare, tutto ciò che si faceva a scuola era per me irresistibile. In quella scuola c'erano tre gradi: infanzia, elementari e medie. Lì mi conoscevano tutti per avere una sorellina al seguito, ma ancor di più per saper scrivere e disegnare anche se non ancora in prima. Questo fatto attirò molta attenzione e non c'era giorno che qualcuna non mi facesse un verso seccata da quello che si diceva di me. D'altra parte ero sempre impegnata e occupata a controllare mia sorella preservarla da ogni pericolo. Un giorno le ragazze della medie avevano in braccio mia sorella ed io dietro di loro preoccupata. Camminavo con la mia scatola di colori in mano e un quaderno pregavo la ragazza che la portava in braccio di lasciarla. Loro continuavano a lanciarla in aria ed io ad avere paura. Mi sentivo molto responsabile ed ero quasi una formichina a confronto di tutte loro. Poi accadde che una suora passando strillò a squarciagola di metterla giù subito e così la appoggiarono al suolo. Mia sorella aveva appena un anno e mezzo e cadde sul pavimento spaventata, le ragazze corsero via nella loro aula. La presi per mano e mentre mi avviavo verso la nostra stanza, una bambina mi si pose davanti e ricordo a questo punto le sue scarpe uguali a quelle comprate e quelle che avevo allora. Fu la prima volta che notai le mie scarpe e quanto fossero maschili. Non mi piacevano, le odiavo con tutta me stessa anche perchè avevano un rinforzo di ferro davanti che le faceva sembrare dei carri armati. Quando alzavo il piede era una fatica riappoggiarlo a terra. Lei mi diede uno schiaffo così forte che istintivamente le diedi l'unico calcio che avessi mai dato in vita mia. Fu così forte che le lasciai quasi un buco all'altezza della caviglia. Quello che accadde dopo fu veramente assurdo. Fui punita mentre lei fu portata via da una suora senza proferir parola. Tornai nella stanza senza pranzo, da sola e spaventata, visto che non ci fu alcuna spiegazione di quanto accaduto, solo un castigo, per me. Mia sorella ed io  restammo nella camera fino all'arrivo di mia madre. Le spiegai l'accaduto e lei rimase basita. Chiese spiegazioni alle suore ma furono approssimative. E quando il giorno dopo arrivò a scuola tutta la famiglia della bambina a cui avevo dato il calcio a perorare la causa della piccola, io mi presentai giù con la mia valigia di cartone piena di cose, pronta per uscire e mi misi ad aspettare i miei con mia sorella. La suora, che non sapeva che me ne andassi, mi disse che la bambina mi scusava e che potevo restare! Inaudito. Andai via senza salutare. Di quel periodo ricordo solo questo episodio rimasto indelebile nella mia mente e che non pensavo più da una vita fino a quando ho misurato le francesine. La commessa a tratti mi vedeva confusa e assorta, ma io mentre guardavo le scarpe, rivedevo quelle scene e pensavo come certi vissuti non vanno mai via e vengono ripresi come un film per qualche interferenza della vita attuale. Le scarpe, che tra l'altro non avrei mai immaginato di comprare proprio per questo motivo,  mi hanno riportato così lontano coi ricordi. A rivedere quello che accadde ho potuto constatare che la bambina venne a difendere sua sorella a cui io tiravo la gonna per avere mia sorella in braccio facendola saltare in aria e mentre io tremavo di paura. Ritornammo con i miei genitori a scuola per prendere degli abiti  che avevamo lasciato. In quell'occasione la madre superiora si scusò dell'accaduto e notai che la bambina, alla quale avevo quasi azzoppato un piede, aveva un livido esteso per la caviglia e come un buco al posto dove avevo colpito. La guardai dispiaciuta e visto che nei suoi occhi non c'era più quella veemenza che le avevo riscontrato quando mi aveva dato lo schiaffo, le andai a chiedere scusa. Le toccai la spalla timorosa credendo che me ne desse un altro, ma  contrariamente a quello che pensai, lei mi diede un bacio sulla guancia dicendomi di restare e non andare via. Finimmo per fare una gran confusione. Mentre i nostri genitori discutevano sull'accaduto, noi finimmo insieme a giocare nella stanza della superiora. Poi ricordo che andammo via e ritornai il lunedì successivo con la mia valigia di cartone...e fu una festa! Ai piedi sempre le mie francesine, questa volta la suora tolse la parte di ferro a noi piccole rendendole meno pericolose. D'altra parte erano enormi quelle scarpe per noi. Qualche settimana dopo arrivarono le scarpe di vernice più leggere per noi piccole. Non accadde mai più una cosa del genere. Che ricordi!

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L'affare Sonia 18

Il matrimonio di Sonia avvenne in pompa magna poco prima di Natale e tutto il mondo ne fu al corrente. 
I giornali ne erano pieni, le sue immagini belle ma fredde corsero da un punto all'altro rafforzando con piacere il connubio tra i Krups e i Connelly. Mai come in questo caso il buio di Santo fu necessario: si risparmio un alro dolore a quello che già aveva di aver perso la vista. Ma cosa ci voleva ancora per soffrire di più? Non bastava la vista andata via così come Sonia? Non aveva perso solo lei, anche la possibilità di vedere. Gli occhi erano andati via con lei. A momenti voleva gridarle che era lì in una forma di attesa all'infinito, ma chi chiede tanto sacrificio all'amore? Quando più reggere un amore? Ha sempre la forza per sostenersi? Non è anche lui tiranno, egoista, sfuggevole? Non poteva chiedere niente, nè si poteva punire per qualcosa. Il caso, la vita, il dolore, l'amore, ora erano solo tanti estranei. Aveva una quiete dentro derivata dalla consapevolezza di doversi fermare.
Si stabilì a Santa Cruz. Nella sua terra si sarebbe sentito disabilitato come cittadino, traditore come marito, sfortunato come uomo, inadatto come amico.Forse nemmeno i suoi cari lo avrebbero perdonato. E se era vero che non poteva guardare nei loro occhi, sentiva i loro cuori borbottare e nessuno è più tiranno di chi ama. Il buio dei suoi occhi gli impediva il ritorno a casa. Meglio se lo avessero saputo per mare, piuttosto che privo della vista. Filippo tornò presso di lui come quando soggiornò sull’isola per l'ingessatura. 

Questa volta contento di fare qualcosa per la persona che più stimava e che l’aveva sempre aiutato. Non gli sembrava vero di vederlo in quelle condizioni: un uomo bello, forte e ora anche ricco come Santo. Pensava: “E’ proprio vero che nessuno è felice. Il destino è crudele”. Si erano stabiliti in una villetta sulle colline di Santa Cruz. Con loro c’era Paloma, un’anziana donna spagnola che si era impegnata come una mamma a riprendere quell’uomo così triste, come non gli era mai capitato di incontrare.Aveva sentito le sue urla all'ospedale ed era accorsa come un richiamo di un figlio e come solo una mamma può rispondere. Lo aveva confortato, sollevato dalla sua disperazione  e con lei aveva riacquistato un po' di luce. Ormai sola non aveva dovuto pensare molto se accudire o meno quel figlio.
  Tra il verde delle palme e il profumo denso e amaro di una terra brulla,  arsa dai fumi dei vulcani, scorreva la vita di Santo. Al tramonto Filippo lo portava sul punto più alto del giardino, dove se avesse potuto vedere, avrebbe avuto davanti un panorama stupendo. Filippo gli annoverava con pazienza le cose di quel paradiso e Santo con gli occhi fissi dava un’impressione meno sofferente. Gli ricordava la posizione della casa, il tempo all’orizzonte, gli sbuffi dai cunicoli vulcanici che zampillavano nei dintorni per ritornare lentamente a quella casa e ai suoi profumi che inondavano il terrazzo quando Paloma era ai fornelli. Come un vero uomo di mare, Santo si inebriava delle sferzanti correnti dell'oceano, seduto su una sedia e spinto da Filippo nel tardo pomeriggio. Da quando i suoi occhi si erano chiusi aveva acuito gli altri sensi: era suscettibile ad ogni piccolo suono o rumore, amava i profumi di cucinato e quelli che gli ricordavano la sua Sorrento. Si vedeva nel giardino di agrumi dei suoi genitori, sotto il pergolato di casa, con la vista di Capri di fronte e il mare di Amalfi alle spalle. Vedeva i limoni gialli di Sorrento pieni di sole e di forza, i fiori di arancio così fragranti e sembrava che un po’ il cuore si colmasse in mezzo a tanta luce della sua terra. Aveva imparato a toccare le cose: il muro di sassi intorno alla casa, a sfiorare le sue mani, l’una sull’altra come se non fosse mai stato sfiorato o a ricordo di qualcosa di bello già passato; con le mani strofinava i muscoli delle cosce quasi a volerli rincuorare per le fatiche fatte o a pensare che non avrebbero mai corso più un ponte di nave in tutta la sua lunghezza. Sapeva discernere i canarini nella gabbia sotto il porticato di casa o i gabbiani in lontananza.

All’occorrenza intuiva i piccoli screzi tra Paloma e Filippo e avvertiva come un peso sul capo i nuvoloni che si addensavano sull’Atlantico. In quel posto incantevole si avvertivano i segni della natura e del suo cuore. La solitudine gli faceva leggere le più piccole sfumature del pensiero e mai come allora gli sembrò di poter fare a meno degli occhi. Conosceva così bene i meandri di quella casa e i profumi di quella terra da sentirsi di essere nato lì. Ed era vero. Era come se stesse rinascendo. Passava in rassegna tutta la sua vita e si rendeva conto che non aveva fatto alcuna cosa veramente voluta, di sua iniziativa. Pensava alle sue piccole, a quanto avrebbero sofferto per la sua nuova condizione ma anche per la sua assenza prolungata. E pensava a Sonia. Come poteva rifarsi una vita proprio adesso che stavano per coronare il loro sogno?. Sentiva forte il desiderio di chiamarla, ascoltare la sua voce e gridarle che era vivo, che si era salvato. Come avrebbe potuto darle un altro dolore. Si era salvato ma ad un prezzo altissimo e forse Sonia non avrebbe sopportato la sua nuova condizione. E lui come avrebbe potuto sopportare di non vederla più? Il suo viso l’aveva fatto sognare per tutto quel tempo e ora la rincontrava a condizione di non poterla vedere più. Era inutile continuare a farsi del male, il destino era quello di non viversi e non c’era proprio nulla da fare. Mai e poi mai avrebbe chiesto la pietà degli altri. Era un uomo di mare e come tale preferiva la solitudine.

Filippo lo spronò a pensare di prendere un cane che potesse guidarlo in tutti i suoi spostamenti ma anche nei piccoli movimenti. Così accettò di acquistare un pastore tedesco ben ammaestrato. Zack, fu questo il nome che diede al suo cane, e da quel momento fu il suo più fedele amico, gli mancava solo la parola poiché interagiva con tutti in modo sorprendente. Paloma lo sfamava come un vitello e lo viziava con scodelle di paella di cui era ghiotto. Filippo lo faceva giocare e divertire come un bambino soprattutto durante il riposo di Santo. Di notte Zack sorvegliava il suo padrone anche mentre dormiva. Si accucciava ai piedi del letto, sul tappeto e al minimo sussulto tendeva le orecchie. Una notte in cui Santo si sentì male, Zack accorse prima a chiamare Filippo e poi Paloma. 

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L'affare Sonia 17

La notizia dell’incendio aveva gettato tutti nello sconforto, soprattutto Krups che aveva già versato la cifra pattuita. Egli, sapendo che il rottame si stava inabissando e con la nave anche l’equipaggio, gli sembrò un infausto presagio e pensò di far ritorno in America al più presto. Il dolore della perdita di Santo fu indicibile per Sonia e al pensiero di dover vedere le facce degli amici che lo commemoravano lì a Santa Cruz, corse via dall’isola chiusa nel suo dolore.

Quando lei partì da Santa Cruz non era a conoscenza che in una clinica privata della città era stato ricoverato Santo in estreme condizioni fisiche. Moreno aveva soccorso l’amico con una nave avuta dagli amici del Marocco. Si era avvicinato alla Sonia con grande difficoltà, e il salvataggio dei superstiti era stato difficoltoso. Avevano dovuto spiegare, a un'altra nave di passaggio che quella  che colava a picco nel fuoco non aveva nessuno a bordo, cosa difficile da constatare e sapere visto che vedevano sotto i loro occhi perdere il legno lentamente. Le assicurazioni poterono così registrare l'avvenuta sciagura certi di nessun superstite. Moreno, con Santo aveva tratto in salvo altri compagni, mentre era morto il macchinista, Kaim il mozzo e altri marinai dell’equipaggio. “ Dottore, chiese Moreno, mi dica, si salverà? “ “ E’ ancora in coma, il corpo è ustionato e presenta molte ferite profonde. Per adesso è sedato per evitargli il dolore delle scottature. Non posso dirle niente. Stiamo facendo tutto quello che c’è da fare”. “ Dottore, non badi a niente, mi dia solo il mio amico a qualunque costo". Moreno disse queste ultime parole piangendo e lanciò al dottor Sanchez uno sguardo di imprecazione.
Moreno ricordava tutti i momenti belli passati con l’amico. E’ vero, c’era una donna che li divideva, ma prima ancora c’era la vita che li aveva uniti, sorpresi insieme in tanti momenti. Stare lì ad aspettare che la vita lo riacciuffasse, fu per Moreno un momento tra i più difficili da sostenere. Alcuni eventi della vita vorremmo eluderli, scansarli, e arrivano sempre quando non sai di doverci fare i conti. Alida li aveva uniti e poi divisi da sempre. Tra loro una donna. Ma quando si sta per perdere un amico che è stato più di un amico, l’amore ingloba tutto. L’amore non fa differenze, è unico, non si differenzia. Moreno pregava per lui, non avrebbe dovuto lasciarlo. E pensare che gli aveva chiesto aiuto proprio quando lui e Alida avevano deciso di andare a vivere insieme. Forse aveva capito e aveva sofferto per questo. Quante domande si poneva, ma le risposte non contavano. Più di ogni cosa doveva pregare, veniva la vita del suo amico e dopo tutto il resto. Moreno era solo a lottare con lui tra la vita e la morte Prima di lei c’era un vissuto che non poteva essere cancellato. Aveva condiviso tutto, da sempre, da un vita. Quante traversate insieme, quante serate tra amici, quante liti e poi abbracci. Non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere se lo avesse perso. Passarono alcune settimane. Alla fine di luglio, Moreno, che non si era staccato dal suo capezzale, rimasto solo, notò qualche piccolo progresso e il medico fu d’accordo con lui dicendo che stava per risvegliarsi. Moreno contento della novità, chiamò casa e diede la notizia. Alida piangeva come solo i bambini sanno fare e pregava per lui notte e giorno. Il suo amore era ancora vivo e pur avendolo perso voleva per lui una vita felice. Scaricata la tensione, Moreno fumava nel corridoio della clinica camminando senza fermarsi. Non ricordava quante volte aveva fatto su e giù per il corridoio e poi a guardare giù e ancora ad affacciarsi alla porta per controllare se c'erano progressi in atto. Ebbe tutto il tempo di una lunga rassegna della loro vita insieme. Ricordi persi e sprofondati riemersero come tanti cammei da uno scrigno in attesa che qualcosa rompesse quella monotonia,  spezzasse quei vuoti e quei silenzi. Fu mentre era intento a fare queste riflessioni che fu assalito da un urlo che lo scosse come un tuono: “ Noooo…” Proveniva dalla sala rianimazione di Santo. Moreno accorse. Santo seduto nel letto con lo sguardo fisso e le mani agli occhi, non poteva credere che non riusciva a vedere e ripeteva:“ Non ci vedo, non ci vedo oddio”.
Pur nella difficoltà e nell'incapacità di una reazione , stando in quelle condizioni, ebbe una crisi per lo shock di non vedere, così forte che gli diede una forza non concepibile al risveglio dal coma. Era come in un torpore, ma il cervello se ne andava facendo riflessioni ed elaborava conclusioni che non potè fare nulla per fermarlo. “ Santo, Santo, che gioia vederti sveglio. Moreno corse ad abbracciare l’amico con le lacrime agli occhi”. Poi Santo superato il momento dello shock assunse uno sguardo triste pensando a ciò che gli aveva predetto Cornelia. “ Quella zingara capisci? Aveva detto che vedeva buio tutto buio! E così è stato, Moreno, non ci vedo più... non vedo più. Starò in questa condizione per il resto dei miei giorni.” “Santo non devi disperare, i medici non sono tragici come lo sei tu. Può trattarsi di un fatto transitorio, il nervo ottico avrà subito un forte trauma, e poi oggi si possono fare miracoli in medicina.”
“Non per me. Ho tirato la corda e per cosa? Per i soldi! Una cosa che non avrei mai immaginato di fare, Moreno! Ho perso Sonia! Sposerà un Connelly perché lo zio vuole acquistare un’altra flotta ed io mi sono prestato al gioco. Capisci Moreno? Sono stato al gioco, sono proprio…” Ci fu una pausa durante la quale nessuno dei due proferì parola: Moreno per non renderlo ancora più suscettibile, Santo per essere di  malumore anche plausibile per le sue condizioni.
“Come sta Alida e il suo bambino?” Moreno sentì come una doccia fredda. Non sapeva da dove cominciare a spiegargli quanto accaduto, ma era sempre stato sincero e cominciò a raccontare tutto quello che aveva da dire. Dopo quello che aveva sentito, Santo pensò che non c’era più nulla di buono da aspettarsi. “Santo non ti lascio, ti porterò in capo al mondo per farti guarire.”
"Sei un vero amico Moreno ma in questo momento sarei più felice saperti con Alida, ha già sofferto abbastanza. Spero che tu sia più bravo di me. Non dire alle mie figlie quello che mi è successo Moreno, te ne sarò grato.” “Smettila di preoccuparti per gli altri, è ora che pensi a te.” “Sono l’unica cosa che ho adesso, Moreno.”

Sonia era tornata a casa affranta dal dolore, credendo nella morte di Santo. Ogni speranza era svanita nel vuoto, non aveva più alcun sogno. Si erano spente tutti i suoi desideri, le costruzioni del suo futuro, la visione di una vita nuova. Il suo dolore fu tale da ritirarsi per un po’ in una casetta fuori città, lontana da tutti. Il bene più prezioso era quel pargolo che si portava dentro e che Santo gli aveva lasciato come testimonianza del loro amore. La sua era una situazione anomala: sola, nella condizione di vedova ma in attesa di un figlio. John Krups le fece visita dopo qualche mese e le rinverdì la proposta di Connelly.

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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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