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Benvenuti nel Blog dell'artista Filomena Baratto.

L'amore è sempre nuovo

Nelle nostre giornate distratte, presi da mille incombenze, non c'è posto per l'amore. E' un argomento di cui se ne parla anche fin troppo o pensiamo di conoscerlo così bene da tacere, ma molto spesso lo diamo per scontato, credendo di sapere tutto.
Ci sono quelli che lo bistrattano per credere di averlo, quelli che ormai disillusi, diventano cinici al solo pensiero. Ci sono poi i giovani che credono, con la loro freschezza, che sia quello stare appiccicoso cui sono abituati e da cui non si staccano, l'unica forma vera d'amore che conoscono.
Risultati immagini per l'amore
Ci sono poi quelli che ne parlano a tutte le ore, che ne scrivono continuamente, che ne parlano così tanto che lo banalizzano quando non lo ridicolizzano, facendo capire che lo conoscono poco. L'amore, come diceva La Rochefoucauld,  è qualcosa di cui tutti parlano ma pochi conoscono. E ci sarà un motivo. Pochi hanno vissuto le esperienze dell'amore in modo completo, molti si innamorano dell'idea dell'amore come fosse un vademecum per la felicità o un modo di assicurarsi la vita. Ma un altro grande autore che amo molto, Philiph Roth, afferma che l'amore vero spezza in due più che unire, ed è vero. Quando si ama si vive in funzione dell'altro, si vuol sapere tutto, ci si preoccupa per ogni sua cosa, rappresenta il nostro eroe e stiamo bene solo in sua presenza. L'amore non è cercare l'altro a cui aggrapparci  o con cui colmare un vuoto. Chi si dà a un altro nella speranza di non sentirsi solo o come un'ancora di salvezza, cerca una crocerossina o una badante, un protettore, una figura forte. L'amore arriva quando siamo  noi stessi, quando siamo veri, quando siamo proiettati verso gli altri, quando vogliamo condividere tutto quello che abbiamo. Un mio amico fotografo  una volta disse una cosa verissima: "Fin dal primo giorno di matrimonio si vede di che tipo di amore vive quella coppia. C'è chi non sa nemmeno sorridere da solo se non ha il consenso dell'altro; chi non riesce a fare un passo senza il compagno, chi ha bisogno di certezze che vede solo nell'altra, chi non si espone più di tanto!" Ma quando gli chiesi se avesse visto attraverso il suo obiettivo la coppia perfetta mi rispose: " E' la coppia che si alterna, spontanea, senza ingessature, educata l'un verso l'altra, che rispetta l'altro, che noti dallo sguardo quanto si amano, la cui  vicinanza dell'altra lo rende allegro  e c'è un sorriso vero. E' una coppia che si completa ma ciascuno ha un  suo mondo e per l'altro fa tutto!"  Davanti a queste parole sono rimasta per come abbia descritto nei minimi particolari un amore che palpita. Ha il raro privilegio di carpire ogni sfumatura attraverso la macchina da presa e lì dentro immortala l'amore ad ogni nuovo evento. Legge nei loro occhi, nei loro pensieri, nel modo di cercarsi. L'amore innanzitutto è un mistero che non possiamo tradurre come una versione o sviluppare come un teorema. Cosa unisca due persone, lo sanno solo i loro cuori e quando non lo si capisce si cominciano a dire quelle cose che non reggono e che rispondono più ad operazioni matematiche. Allora si parte col dire che in amore la lontananza è un problema, la religione un ostacolo, l'età un paletto, la razza una divisione, le differenze di ceto un divieto, tutte considerazione improprie. L'amore può vivere di sè, si autoalimenta.  E quali sono questi ingredienti? Anche qui partono le equazioni tra le più difficili e si dirà che l'amore vuole un bel fisico, la giovinezza, vuole essere onnipresente, è geloso, egoista, prepotente. L'amore vorrei dire a costoro, "non si spiega" come dice una canzone di Sergio Cammariere. Allora cosa significa che l'età, la lontananza, il bel fisico sono limitazioni? Al di fuori di questo algoritmo non posso amare lo stesso? Cosa si ama il derma, la forma, gli occhi, la giovinezza? Credo che si ami una combinazione, una persona costituita esattamente da quel corpo, quella mente, quei colori, quel modo di fare, di dire, di essere. Si ama l'unicità dell'essere. E' un incastro di cose  che non si possono dividere ma vivono tutte insieme e si ama esattamente  quell'insieme di vita che, quando respira, parla, si comporta, rapisce la nostra attenzione e ci blocca. E noi, a nostra volta, vogliamo partecipare al suo mondo, muoverci, parlare, vivere in comunione con l'altro. L'amore è un'alchimia che finisce per chi non ci crede, per chi cerca i suoi algoritmi, le sue leggi, i suoi teoremi, le sue operazioni. Vive per chi crede nella vita senza spiegazioni, nella fede senza domande, nell'esserci senza sapere come, nel non capire esattamente cosa si ami. L'amore è quando qualcuno ti cambia e non te ne accorgi, quando non ricordi come eri prima, quando non sai stare senza la sua presenza e il tempo è fatto di attese. L'amore ti spezza e tu resti forte, è volere le stesse cose sue senza se nè ma, quando c'è ma anche quando non c'è la strada, quando hai una forza dentro che spinge e tu la assecondi...Sono tanti i modi e le forme dell'amore ma è anche un essere delicato e fragile che ricorda e accumula i sassi e le cadute durante la strada, e non deve succedere l'irreparabile per andarsene, basta un'offesa immeritata, un abuso della sua forza, un pretendere, un mancare, uno  sfuggire, un perdere la strada. L'amore è fatto di due dove ognuno è un intero forte e completo e insieme sono una forza.  L'amore è magia di cui hai dimenticato la formula  e lo devi sempre reinventare. L'amore non ha stagioni, prende tutti come l'acqua quando cerca strade tutte sue, è una linfa che dà vita, una forza che ci rende veri mostrando di noi la vera faccia. Noi siamo quello che mostriamo di essere quando siamo innamorati, fuori da questa condizione siamo pressappoco noi stessi con tanti difetti. L'amore è un bambino dispettoso e leggero e con questa leggerezza si infiltra ovunque. Inutile spiegarlo è bene solo augurarsi di conoscerlo. Ma i saggi dicono che l'amore è quel che resta nella cenere.

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Maleducati da bandire

Da quando abbiamo tutta questa tecnologia a disposizione, crediamo di essere delle divinità. Crediamo! Vuoi dire qualcosa a qualcuno? Basta un messaggio, nella sua bella nuvoletta bianca. Agli amici? Basta whatsapp. Vuoi raggiungere un’istituzione, una persona? Basta scriverle un’e-mail. Ma la tecnologia non  ci preserva dalle delusioni, dalla maleducazione, dalla cattiveria.
Con la comunicazione più celere, aumentano  anche le possibilità di aggirare i problemi e gestire le relazioni mettendo fuori il peggio di noi quando facciamo sfoggio della maleducazione. Può succedere che, inviando un messaggio non si riceva risposta, che a una telefonata non si ottenga riscontro,  nemmeno nei giorni successivi. Sulle prime pensi che il destinatario abbia bisogno di tempo per riflettere. Poi ti rendi conto che quella che tu avevi preso per riflessione non è altro che menefreghismo. Oggi  che viviamo col telefonino relegato  praticamente nel palmo della mano, non è credibile che un messaggio passi inosservato o una notifica venga meno o anche una telefonata non sia memorizzata. Sappiamo in tempo reale cosa fanno i figli, il marito, la moglie, gli amici e poi lasciamo in stand by un messaggio per giorni, conoscendone la provenienza e il motivo, dilungando il tempo di risposta quando forse abbiamo già deciso di non prenderlo proprio in considerazione. Sarebbe meglio a questo punto chiarire il pensiero, le intenzioni. Ma no! Si tergiversa producendo effetti contraddittori. Ma la buona educazione dice che prima o poi devi scusarti o dare delle risposte se trovi quel numero più volte nel tuo telefono. Risposte che non arrivano per mesi, e non parliamo di fidanzati che si lasciano, ma da persone che hanno in mano un mandato per fare un nostro interesse, o salvaguardare una posizione, o prendere iniziative per qualcosa. Dopo mesi di silenzio totale, capisci che quella persona è proprio quello che pensavi di lei mentre aspettavi la risposta e cominci a vederla sotto una luce diversa e a capire più di quello che c’era da capire. Spesso in gioco ci sono sentimenti che ritornano, situazioni che si vogliono ricambiare, paure e comportamenti non chiari, illazioni su fini e motivazioni, ma unito a questi anche il piacere puro di ledere quella persona che crede in noi. A volte le persone che ci colpiscono sono proprio quelle che apparentemente non ne avrebbero motivo, e invece ne hanno a nostra insaputa. C’è anche un delirio da onnipotenza in chi si vede cercato più volte da una persona. E lasciare il telefonino squillare senza rispondere o relegare il messaggio in archivio quando non lo si cancella, deve essere una frustrazione o un rafforzare il sentimento malsano che si prova per il seccatore. Su di una cosa non si transige: a una telefonata bisogna rispondere così come a un messaggio. Chi decide di non farlo, forse si serve di una strategia per risolvere una questione personale, o non ha il coraggio di dire cosa pensa, o forse alla bella faccia che pone davanti, segue una cattiva opinione dietro. E poi c’è sempre pronta la giustificazione: se è una cosa importante, richiama! Ci sono quelli che non rispondono mai per abitudine, come la pubblicità che alla fine diceva:” L’uomo che non ha bisogno di chiedere!” Queste persone credo siano, oltre che maleducate, anche superbe e tutto sommato è un bene non averci a che fare. Si autoeliminano da sole. Stando così le cose, la tecnologia aumenta le animosità, le antipatie, i pregiudizi e scopre quelle persone che in altri casi  non si sarebbero mai rivelate così bene. Questo aumento di interconnessioni dà il peggio di noi. Con la messaggistica nascono equivoci, vengono fuori illazioni, si azzardano giudizi, si sminuisce la persona o la si sopravvaluta. La tecnologia ha messo in luce la nostra miseria, la pochezza e l’inciviltà, amplificando le questioni. Quando vogliamo comunicare con una persona, sarebbe meglio scriverle una lettera, di quelle di una volta, con una calligrafia da amanuense, anche questo è un importante segno di rispetto. La lettera la leggi, la  rileggi, la correggi e ti rendi conto se realmente sono le cose che vuoi dire. E’ un documento che resta e non puoi eluderlo. E poi alla fine la firmi, sicuro di quello che hai detto, senza possibilità di ritrattare come accade per i messaggi. Si eviterebbero situazioni spiacevoli che nascono dalla facilità di “inviare” con un click parole che a volte si dicono  ma che non ci rappresentano per niente. Si dovrebbe trattare la messaggistica con la stessa cura ed educazione di una lettera.  Abbiamo l’arroganza di pensare che negandoci ci difendiamo dal non dover dare spiegazioni o motivare il nostro atteggiamento. A volte è una voluta strategia per  lasciar trapelare, indirettamente, il nostro pensiero proprio  evitando di scriverlo. La tecnologia ha accentuato i nostri lati peggiori, amplificato i nostri difetti, compresa l’ incapacità di mediazione, e che tutto sommato sono quelli che avevamo anche prima dell’avvento della tecnologia solo che era più difficile scoprirli. Oggi siamo senza difese, senza scuse, troppo monitorati per contenere il nostro pensiero. Esso emerge anche quando non agiamo, e soprattutto quando ci neghiamo attraverso gli strumenti che abbiamo a disposizione. La persona, non vedendosi recapitare una risposta, fa bene a bandire l’altra dal giro di amicizie. Questo è diventato un atteggiamento molto frequente  mettendo in discussione le nostre amicizie, che si rivelano spesso fragili e opportunistiche. E non è nemmeno plausibile il discorso di avere troppi impegni visto che la tecnologia dovrebbe far guadagnare tempo. Anche il silenzio è una risposta che, procurando ansia,  esercita una forma di violenza. D’altra parte si vede che a sua volta, la persona abituata a gestire la comunicazione in questo modo,  avrà subito lo stesso trattamento da farne  un suo costume. Ma anziché arrovellarci il cervello alla ricerca della motivazione per la mancata risposta, o mancata chiamata, meglio scaricare le persone di tal genere.
E non vale nemmeno la pena ritornarci su con spiegazioni, tanto non se ne caverebbe un ragno dal buco, ma solo scuse e pretesti. Il modo di trattare con loro è rendergli pan per focaccia e ricordarsene quando accadrà sicuramente di stare loro dall’altro lato del telefono. In questo caso ricorderanno.


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Itarella e le altre storie…Il ritorno dalle vacanze


“Ah, pare mo che sono arrivata, già devo partire, uffa, le cose belle finiscono subito, la noia, quella c’è sempre!” Itarella si lamenta entrando nel treno a Sorrento con Annuccia e l’amica. Sistema i bagagli e si affaccia dal finestrino per salutare il marito che va via con l’auto. Ha fatto una lunga vacanza tra parenti e isola di Capri, soggiornando più del dovuto. Questa volta parte all’imbrunire con l’ultimo treno verso Napoli. “Speriamo bene, non voglio fare il pellegrinaggio di quando siamo venuti. I mariuoli, i puzzolenti e i cattivi intenzionati che restino a casa”. L’amica mangia un panino e lei la guarda come un cucciolo a cui non si dà niente. “ E’ finita la vacanza e già sono triste. Tutto sommato mi sono abbronzata, ho messo su tre chili, ho speso un bel po’ di soldi, capirai quanto è cara Capri e so’ pure stanca!” “Ma no, dai che è stata una bella vacanza Itarè,  in giro per l’isola, hai mangiato bene tutti giorni,  ti sei divertita. Quelli per la vacanza sono soldi spesi bene!”

“Macchè!!! Adesso devo andare dal professore, ci dovevo andare per il controllo e invece sono aumentata. Tu mangi il panino e io guardo. Che poi non capisco una cosa. Ma tu hai visto i turisti per l’isola? Li hai visti? Tutti rotondi e non si fanno mica problemi a mettere fuori i cosciotti di pollo. Tutti affettuosi con quelle mogli e quei mariti a forma di fiaschi e damigiane. Abbracciano chili di lardo, baciano guanciotte a forma di cuore. Qui qualche chilo in più e sei out” Il treno parte e, guardando fuori, spuntano tante  luci. Settembre è fresco, le giornate si accorciano e lei sembra triste. “Che hai Itarè, stai in pensiero per Cosimuccio?”
“No, vorrei abitare da queste parti, con una casetta sulle colline da dove vedo il mare ogni mattina, il sole quando nasce e la luna a sera. Invece mo andiamo nella caserma di Napoli, il condominio dei matti. Accort’ e pann che scorrono, l’erba che cade, il rumore, la siepe, o vetr ca se rompe. La città è bella ma tropp gross non va bene. Qui è tutto come dev’essere. Ma dove stiamo mo?” “A Meta”
“ Madonna che bell ccà. I turisti hanno ragione di venire, nuie simme e Napule e nun sapimme ‘a penisola” “Un po’ come chi è della costiera e non conosce bene Napoli!”
Si nun fosse po’ babà, a sfugliatella, Mergellina, a Galleria Umberto, Capodimonte, Santa Chiara, Pusilleco, via Caracciolo, o Gambrinus, o Vommero, piazza Dante, Via Roma e via Chiaia e m’ ferme ccà, ma che tene Napule cchiù ‘ra penisola?”  “Ti ricordo che Napoli è una metropoli, ha tre milioni di abitanti, terza città d’Italia dopo Roma e Milano. La penisola ha piccole città”. “Semp città song! E po’ a me piacen e cose piccerelle: nu porticciolo, na barchetella, na stazionuccia, na panchinella, na villetta, a Napule è tutt cos gruosse, te pierde! Ca tiene o mar a purtat e man, na strada che pare va ncopp all’acqua, nu tren, meglio che nun’o dicimme, comunque nu treno che te porta a destinazione…e po’ aria bbuona, frisc, auciell ca te scetene a matine, se mangia bbuon, ca ce stanno tutte chef stellate, chist è o paese re stelle, ‘nciel e ‘nterrra. Je vulesse na casa. Cà, per una cosa nun ze po sta, il cibo, si ingrassa, si lievita e io nun posso mantenè a vvita o professore”. “Anche a Napoli mangi bene!” “Ma qua vuoi mettere na pummarulella, na panzanella, n zsalatella, un caciocavallo, un provolone del monaco, dop, doc e tutte e sigle possibili e inimmaginabili che assapori mentre guardi Capri, o mare, a luna…Il gelato dinte a brioche… Ma dico io, cumme se fa na dieta da queste parti? Mo mi aspetta la fame: un po’ di pane, un po’ di carne, un po’ di tutto. E poi deperisco. Ma io teng nu stomaco di ferro che macina pure e pret, con la dieta sarrevota!” Mentre parla guarda l’amica che mangia il panino e Annuccia che sgranocchia caramelle.  “Il professore mi ha detto che se andavo in penisola dovevo portargli il limoncello, e io ho preso anche il liquore   liquirizia,  menta, e nocino. Io non lo posso proprio toccare sennò metto le ali sui fianchi e Cosimuccio dice che non ci sono più le maniglie dell’amore, ma due parafanghi di ferro. Devo solo scendere qualche chilo sulla pancia, il giro vita marcato, tutta la parte sottoposta alla culotte de cheval, giro braccia”. “Itarè devi lavorare di più!”
Comme io saglio e scendo, scopo, stiro e lavo, corro a far la spesa…uh guarda o Vesuvio e là se vere Capri, stiamo sotto il colle di Sant’Alfonso, Torre del Greco. Che meraviglia, che bellezza! A Napoli conosco solo o portone e casa mia. Qua si deve fare qualcosa per gli incendiari. L’anno prossimo bisogna prenotare una grossa nuvola fissa sul Vesuvio e un’altra sul Faito con una catenella fino a giù, come brucia, la tiriamo e così piove!” “Itarè che fantasia, come se la nuvola si riempisse da sola!” “Cominciamo a prendere contatti con i pubblicitari che invece di disegnare il pino di Napoli, ormai sono secoli, cominciassero a prendere le misure per la nuvola sul Vesuvio e l’altra sul Faito, per come devono essere posizionate sulla cartolina, così prendiamo il toro per le corna e freghiamo tutti quelli che aspettano l’eruzione”. Intanto arrivano in stazione che Annuccia dorme, mentre Itarella persa tra i profumi di pomodori e basilico, mangia un pezzo di panino chiudendo gli occhi, come se fosse l’ultima volta che disobbedisce all’io che vuole fare la dieta. E appena finisce dice:” Fortunatamente si torna a casa”.

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Pianeta scuola

Sta per cominciare il nuovo anno scolastico e come sempre parte accompagnato da malumori. La scuola italiana subisce continui stravolgimenti e ogni anno a settembre, ci si ritrova con novità e contraddizioni. Tutte le questioni più spinose si fanno sentire in questo mese. Così è il tempo dei corsi e ricorsi dei professori per incrementare il fatidico punteggio che metta in condizione di aumentare i titoli al fine di equiparare la propria laurea alla classe di concorso.
 Purtroppo la scuola vive anche di corsi e ricorsi continui. Senza ricorsi non sei nemmeno preso in considerazione. I fondi stabiliti per la scuola sono sempre pochi e se provenienti dalla Comunità Europea, hanno un iter burocratico particolare, per cui, se si fanno scadere i tempi entro cui vanno spesi, ritornano indietro per la mancanza di progetti adeguati e tempestivi. A volte molti problemi scaturiscono dall’inesperienza o dall’incapacità a gestire risorse. Nei Programmi odierni si prevedono per i ragazzi contratti scuola lavoro, una sorta di tirocinio, risultata solo per pochi un’esperienza positiva: molti hanno dovuto accontentarsi di lavori poco adatti o non congeniali a loro mentre a pochi è stato concesso quello preferito. Gli edifici scolastici, spesso troppo vecchi e a rischio, hanno bisogno quasi tutti di revisioni o ristrutturazioni quando non sono da ricostruire ex novo. In molti casi i fondi stanziati per le ricostruzioni vengono utilizzati per altri progetti magari già definiti, in attesa di quelli per cui erano stati assegnati che prendono sempre tempi interminabili. A settembre molti insegnanti si trovano ancora senza sedi, senza classi, molti altri alla ricerca di quella definitiva e in situazioni precarie. Quest’anno di nuovo abbiamo le vaccinazioni obbligatorie con tutto il caos che ne deriva. La regione veneta si è opposta, e a riguardo ci saranno proroghe e responsabilità da assumersi. Per non parlare di quello che accade in aula, dove il 50 % della giornata passa tra questioni burocratiche. Le supplenze, altro argomento spinoso, vengono effettuate dai colleghi in contemporaneità e da supplenti in graduatorie, ma quando c’è la necessità, si va alla ricerca dell’ insegnante libero che momentaneamente supplisca in attesa del titolare. Ci si ritrova a stare sempre in tensione, sempre vigile, sempre a relazionare con il pubblico ed è veramente il lavoro più stressante che esista. Bisogna avere un equilibrio psicofisico stabile una volta davanti alla classe. Per non parlare del tempo da spendere sul registro elettronico, la gestione dei disabili senza adeguate ore di sostegno. La verità è che la Scuola non è quello che c’è intorno, ma quello che accade in aula, è lì che i nodi delle questioni si capiscono ad occhio. Ma questa è la parte che non si vede e che tutti credono di conoscere, legislatori compresi. Molto meglio riempirsi la bocca di Aggiornamento, Corsi, Funzioni, POF, PTOF, e quante altre sigle abbiamo creato per perderci nel mare magnum delle carte. Un docente per la modica cifra di stipendio base di 1400 euro al mese deve assolvere a una marea di funzioni, con un tipo di lavoro usurante, con l’utilizzo di tutto il suo tempo, e a volte non resta nemmeno quello per riposare o riprendersi, con responsabilità al limite del possibile. Per non parlare del diritto allo studio, che detto così sembra una bella idea, ma vissuto di persona ci si deve scontrare con tanta burocrazia che alla fine ci rinunci. Le famose 150 ore per lo studio non valgono per chi è fuori corso, ma non puoi essere in corso se lavori, una sorta di beffa, una legge che non si rende conto della realtà. Se poi sei fortunato e sei in corso, non puoi assentarti se la situazione di lavoro non è tra le migliori, praticamente mai! Se vuoi studiare è sempre a tue spese, se non paghi le tasse non sostieni esami e all’Università, prima di ogni esame, se non presenti lo statone che accerti i pagamenti, si può perdere anche la sessione. Ho assistito a scene veramente deplorevoli e là ti rendi conto che la legge va in un verso e la realtà in un’altra. Se sei meritevole non paghi le tasse al primo anno, ma per il resto di tutto di più. Per non parlare del costo dei libri scolastici dalla Primaria all’Università! L’editoria scolastica fa affari d’oro e non sono gli autori di successo a fare arricchire le case editrici, ma gli autori che scrivono per la scuola. Si è costretti a cambiare libri continuamente come se invecchiassero di ora in ora. Come spiegare che le famiglie per tenere un ragazzo agli studi devono fare sacrifici immani. Non bastano solo i testi, ma un ragazzo necessita di un corredo scolastico. Tutto quello che la scuola può dare, diventa irrisorio a confronto di quello che serve. Per non parlare delle ripetizioni, dei fatidici doposcuola, cioè di costi aggiuntivi non contemplati. E qui una parentesi lunghissima. Se c’è bisogno di doposcuola, vuol dire che la scuola non funziona, ma vuol dire anche che un ragazzo non è tagliato per quella materia, ma vuol dire anche che un professore non sa spiegare e che anche se bravo l’insegnamento è un’altra cosa. Si sviluppano reazioni a catena senza fine. Ma ormai il doposcuola, con compiti o meno per casa, è un acclarato passatempo quotidiano vuoi per reali necessità che per mantenere i figli a bada e stare tranquilli, quindi è diventato un fatto necessario, a cui nessuno rinuncia più. Ogni anno ci sono delle novità che a volte collidono con la situazione esistente, altre volte sono contraddittorie, altre volte inutili e altre solo per dire che c’è un cambiamento. Stiamo seguendo la logica moderna su un terreno franoso. Di tutte le riforme sono contenti solo coloro che dispongono fondi da gestire. Ma i paradossi non mancano. Così si possono avere in aula lavagne interattive multimediali (Lim) o registri elettronici e una classe mancante, dell’insegnante di cattedra, o professori non ancora nominati, quindi una scolaresca fornita di tutto il materiale tranne il necessario, oppure avere gli esperti esterni di discipline come Motoria, Danza, Musica senza mezzi per espletarle. Quello che non si spiega sono gli avveniristici progetti calati su realtà ferme a 50 anni fa, con scuole fatiscenti, aule strette e buie, mancanza di spazi. Le contraddizioni nella scuola italiana sono veramente tante. E della famosa 104? Sono pochissimi gli insegnanti che non ne usufruiscono, e chi ce l’ha ne fa uno scudo. Ci si assenta a scuola nei giorni clou, quelli stressanti, quelli che ti sfiniscono, basta dire che ti spettano i tre giorni che altrimenti perdi. Questo non toglie l’importanza del vero motivo per cui è stata istituita. Ma ormai l’abuso è massiccio e si confondono le vere realtà da quelle che invece risultano escamotage per non uscire dalle graduatorie o per potersi assentare tranquillamente per tre giorni al mese, oltre ad avere vantaggi di tipo economici. Da questa panoramica emerge che il problema reale oggi nella scuola è una seria gestione dei problemi. Anche se ci sono leggi e denaro, vigono anche tante discriminazioni, poche chiarezze, e un’approssimazione che manda all’aria i buoni propositi e la volontà di migliorare e soprattutto che mortifica il lavoro ineccepibile di molti, la maggioranza.

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Caro settembre

Caro settembre,
non credevo arrivassi così presto, quest’anno che avevo preso gusto ad andare a mare come non facevo da tanto. Non è stata un’estate facile, la ricorderemo per il fuoco, fiamme per tutte le montagne, vicine e lontane. Hanno deciso di uccidere la natura e al solo pensiero mi viene da piangere. Stamattina ho pensato ai miei compitini da bambina quando disegnavo immancabilmente la frutta come le mele, l’uva e le tante cose buone che la terra ci ha sempre dato. Ora attendiamo l’acqua per mettere fine a questo scempio. L’uomo è capace di tutto questo in nome del denaro! Nelle mie frasi da bambina ci mettevo sempre i pensieri per la scuola, la voglia di ricominciare un nuovo anno scolastico, di vedere i compagni, la maestra. Era tutto più semplice allora, più chiaro, più vero. Ora è così complicato! Ora siamo adulti e abbiamo tante responsabilità. Mi piace quando arrivi, dai una tregua a tutto, ci metti in riga. Mi piacciono i colori che porti, la calma delle giornate, la malinconia che stemperi nella mente al pensiero che è finito il riposo. Dicono che sei il mese più atteso, ed è vero. 

Quanti hanno scritto di te canzoni, motivi, ritornelli, poesie. Sei come una data simbolica, un mese di resoconti e di partenze, di iniziative, di nascite in ogni campo. Se qualcosa deve partire, questo avviene a settembre, tutto comincia ora. Arrivi sempre con lentezza restando ancora nell’oro di agosto, con il caldo che non scema, con i giorni di mare silenziosi, con i pensieri che si affollano. Ci è rimasto il suono dell’aereo sulle nostre teste e degli elicotteri che combattono le fiamme ancora oggi. Il rombo di quei motori ci attanaglia e l’inizio del nuovo percorso giunge con tante domande che non hanno risposta, o forse non ci piacciono. Nei miei compitini da bambina scrivevo e disegnavo quello che avveniva in questo mese e mi piaceva la cura che mettevo nei particolari. Anche adesso penso a quello che sarà in questi giorni e ai giorni d’autunno.
Caro settembre, da bambina si parlava dell’autunno e della vendemmia, ora si parla di disastri idrogeologici e già sappiamo che pioverà molto, come stanno preannunciando, ci aspettano altre difficoltà. E molti aspettano di trarre vantaggi da questi fatti. Era così bello un tempo quando arrivavi con i tuoi colori, l’aria fresca di mattina e sera, i pullover colorati, le prime foglie, le piogge leggere, le voci dei bambini davanti alla scuola, gli uffici aperti e i primi rientri ma con la mente ancora all’estate. Adesso le foglie sono state già tutte bruciate dalle fiamme, non ci sono più quei bei colori autunnali che tanto mi piacevano: gialli, rossi, arancioni, marroni. No, adesso per la montagna è tutto grigio, un fumo ovunque. E come questo fumo la nostra mente è diventata confusa, incapace di operare, abbiamo perso il senno. La natura l’abbiamo uccisa in tutti i modi, non ne può più di noi e qualche giorno si vendicherà. Eppure sono sicura delle parole che scrivevo da bambina, quando dicevo che settembre è un mese che amiamo proprio per la natura, per quello che ci offre, per come si trasforma. Oggi non può trasformarsi, l’abbiamo violentata. Ma sono una inguaribile ottimista e, appena a scuola, continuerò a disegnare i cesti di frutta, a salutare il mare con i suoi abitanti, a fare i covoni nei campi ripuliti dopo la calura estiva e le foglie nei suoi colori autunnali. Per me resti il mese più sereno, che dà tante idee. E se proprio ci deve essere un inizio certo, sarà quello di piantare alberi e alberi. Li pianterei anche nei cuori di pietra di quelli che hanno appiccato il fuoco, per castigo dovrebbero andare in giro mettendoli in mostra, così da capire che sono stati loro. A scuola farò disegnare tanto verde da portarlo su per i monti e tappezzare i luoghi bruciati che sono diventati desolati e tristi. Caro settembre, porta un po’ di tranquillità, smorza gli animi cattivi e con la tua brezza semina parole sincere, soprattutto in quelli che hanno il deserto dentro così come hanno bruciato i boschi fuori.

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L'affare Sonia -ultima parte-

Sui colli il tempo scorreva sempre uguale come se non passasse mai. La vista era invidiabile, aria fine, frescura in estate e in inverno. Lungo la strada che portava a Sant’Agata vi era una casa enorme, bella, spaziosa, con tanto verde intorno costituito da un ricco parco. Il verde aveva coperto la parte bassa, le erbacce erano in ogni antro dando un tono smorto a tutto il fabbricato. Nessuno, dalla strada, salendo o scendendo, avrebbe fatto caso alla vista della struttura. Poi, come per incanto, così come nella fiaba il rospo divenne principe, questa casa si trasformò in un villa di rara bellezza, dove non c'era aspetto non curato. In primavera il colore della casa veniva rafforzato dal rosa dei peschi in fiore, dal verde delle giovani foglioline, da un cielo terso e turchese come non mai. Fu in questo periodo che Filippo fece caso alla villa e un giorno, incuriosito, parcheggiò la macchina e si affacciò al cancello. Sbirciando all’interno, vide una donna in compagnia di un ragazzo e di una signora anziana. Filippo ricordava la sagoma di quella signora, vecchi ricordi si sovrapposero alla vista e capì. Fu come una fulminazione e senza pensarci su due volte chiamò: "Sonia, Sonia!" La donna si avvicinò al cancello, aprì e riconobbe, ormai nell'uomo che aveva davanti, il ragazzo della cravatta a Santa Cruz. Si abbracciarono sapendo l'uno dell'altra e soprattutto sapendo che tra loro c'era lui, Santo. Stettero stretti come vecchi amici, consapevoli che sapevano tutto quello che era accaduto, ma Filippo anche di più.

“Mi sono stabilita qui, almeno col cuore gli voglio stare accanto. So che non accatterebbe il mio amore pensando ai miei soldi o che sono impietosita di lui perché non vede. Io lo amo, Peter è suo figlio". “Impressionante, disse Filippo, quanto assomigli al padre”. “Ho raccontato tutto a mio figlio! Mio marito si è suicidato, soffriva di crisi depressive. Ho detto a Peter che Jeffrey non era suo padre e quando ha saputo che il suo vero padre vive qui ha voluto che venissimo nello stesso luogo.Gli ho dovuto spiegare che la situazione è molto delicata ma che un po' per volta ce la faremo. E' un ragazzo forte, come suo padre e mi ha promesso di aspettare. E’ solo un ragazzino ma capisce benissimo l’importanza della situazione. Nel frattempo ho comprato questa casa e ci abito con mia zia, anche lei è rimasta vedova dello zio John e le altre due mie figlie. Lo aspetterò Filippo, sono io che devo aspettare lui ora”. “Sonia non sai quanto ti sono vicina in questo momento. Dimmi cosa devo fare. In tutti questi anni mi sono sentito così responsabile di lui che non ho pensato altro che alla sua vita".
"Sei un ragazzo d'oro, affidabile, un vero amico. Tu lo hai aiutato moltissimo, se non ci fossi stato tu, forse chissà. Non dire niente a Santo, facciamo maturare i tempi. Deve comprendere e capire senza che noi lo spingiamo. Voglio che capisca che siamo tutti intorno a lui!”
Da quel giorno Filippo, ogni pomeriggio, con la scusa di parlare con una donna del luogo di cui si era invaghito, si allontanava da casa. Andava da lei e le parlava del padrone, degli sforzi fatti, delle paure, della stanchezza e di come gli parlava di lei, di loro. Filippo era un valido messaggero. Quando era con Santo, faceva in modo di parlare di lei e il padrone diceva tante cose sul suo conto,così quando andava da Sonia le trasferiva le parole del padrone. Allo stesso modo quando era da Sonia parlava del padrone e poi trasferiva a Santo quello che lei diceva facendolo passare per sue presumibili ipotesi o modi di sentire. Santo non poteva accorgersi di niente. Spesso quando passava davanti alla villa, portando il padrone a fare un giro, ammirava loro tutti fuori in giardino, mentre Santo era a un palmo di distanza da loro senza saperlo.
Filippo, in accordo con Sonia, qualche pomeriggio lo avrebbe portato lì ma non dicendogli chi vi abitasse.

Un pomeriggio Santo era in terrazza. Paloma gli aveva preparato una spremuta e Zack dormiva come un sonnacchioso. Santo batteva ai bordi della sedia col suo bastone e sfregava col legno la vernice del muretto. Sognava ad occhi aperti: Peter, Sonia, Marika, Federica. Le ragazze stavano da lui tutti i giorni, ma era tutto così irreale. Sentì un puzzo di bruciato e chiamò Paloma per ricordarle che forse aveva lasciato qualcosa sul fuoco. Paloma non rispondeva forse non c’era. Allora si alzò e si diresse verso la cucina. Zack si svegliò e cominciò ad abbaiare come in caso di pericolo. Santo avvertì qualcosa di brutto visto che Paloma mancava all’appello. La donna era a terra mentre il piano di cottura era in fiamme. Fu in quel momento che Santo memore dell’altro incendio si diede da fare come un uomo che ci vedeva: azionò la pompa dell’acqua, portò fuori Paloma e quando tutto fu finito si distese sul divano esausto. Filippo arrivò quando tutto si era svolto. Santo con gli occhi chiusi gli spiegò l’accaduto e Filippo, malgrado la sua allegria, si rammaricò per non essersi trovato lì. Il padrone gli chiese il motivo del suo ritardo e Filippo dovette resistere dalla voglia di raccontarglielo. Quando aprì gli occhi Santo guardando in alto vide una crepa nel soffitto che non aveva mai visto prima. Filippo fece con un fare serio: “E’ il caso di far ridipingere questa casa da testa a piedi, non sopporto il disordine. Poi si girarono entrambi e consapevoli di ciò che era accaduto si abbracciarono come matti sotto gli occhi sbarrati di Zack e Paloma che stentava a reagire per le forze che ancora le mancavano. Zack leccava il suo padrone perché non l’aveva mai visto così esultante. La vista gli ritornò allo stesso modo come la aveva persa. Lui però mantenne il segreto perché aveva bisogno di alcune certezze e Filippo e Paloma, complici del padrone, stettero al gioco per molto tempo. Andarono a vivere nella casa di Sonia che lo sapeva ancora cieco. Solo al sicuro del suo amore per Sonia e quello di lei verso di lui che lo sapeva cieco. Egli un giorno, mentre si trovavano fuori a prendere un caffè in panchina, sotto un faggio giovane e ricco di foglie, disse: "Certo ti toccherà una bella fatica con questo armadio d'uomo. Lo dovrai sempre portare sotto braccio e poi camminare piano e aspettarmi sempre mentre tu corri avanti. Guarda, ti avviso, sarò una ciabatta. Ma ci tengo a dire che sono io il mio servitore, non voglio l'aiuto di nessuno, solo essere accompagnato!"Risultati immagini per villa in costiera sorrentina

"Certo che sei rimasto mulo, Santo! Credevo che in tutto questo tempo fossi cambiato, e un po' più dolce fossi diventato. D'accordo ti accompagnerò solo. Così resterai a fine settimana da solo con Paloma e zia mentre io esco a prendere aria per la costiera, qualche bella passeggiata. Da queste parti ci sono tanti amici che non vedo da tanto!" disse Sonia ironizzando. In quel momento comparve Marika con un piccolo dolce appena fatto da far assaggiare al papà e Sonia e ci mise anche una candelina per festeggiare il suo primo dolce fatto con le sue mani. Portò il dolce sul tavolino e tutti accorsero spinti dal profumo. Santo vide quella un'occasione unica per rivelare la bella notizia di vederci. E così, prendendo le misure da come doveva soffiare,ad un certo punto cominciò a dire che la avrebbe preferita celeste, che le more non gli piacevano e la voleva quadrata. Tutti aprirono la bocca con una smorfia di sorpresa e cominciarono a chiamarlo imbroglione. Anche Zack, come se avesse capito, gli si buttò addosso come fosse stata un'altra persona. Tutti ebbero una sensazione di liberazione e scioltisi dalla stretta corse avanti verso il parco con lo stuolo di gente dietro che voleva linciarlo per aver nascosto quella notizia speciale.
Quel giorno il tramonto ebbe dei colori indimenticabili. C'era il mare all'orizzonte, il sole col suo disco dorato, il cielo pieno di vita ancora e tanti riflessi che nemmeno il più bravo pittore avrebbe potuto fare. E come quando una gioia troppo forte non può essere contenuta, non ci rese nemmeno più conto cosa fosse cambiato. E Santo riuscì a dimenticare tutte le sofferenze che gli erano accadute come fatti distanti da lui, ormai solo un ricordo. Si trovavano dopo tanti anni di nuovo di fronte al mare, abbracciati, con le voci dei figli che correvano, il cane che si divertiva e Paloma e la zia come vecchie amiche a raccontarsi. Mai come allora benedissero di trovarsi nel posto più bello al mondo: la penisola sorrentina.

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Nella foto Relais, Villa Savarese, Sorrento.

Democrazia oggi

I politici di oggi  hanno un serio problema: quello di non relazionarsi con i loro elettori e di conseguenza col territorio. Una volta eletti si sottraggono ai loro doveri. Il che non significa voler ricevere da costoro privilegi o favoritismi, ma che si impegnino in virtù della referenza ricevuta per una politica attiva. 
La democrazia comincia qui a mostrare le sue falle e forse non esiste nemmeno più nel senso vero del suo significato: forma di governo il cui potere è esercitato dal popolo, la sua accezione più antica. Essa ha perso il valore per cui era nata. Il nostro tempo, di globalizzazione, di immigrati, di economie sempre troppo esigenti, vede la fine di una società che non si ritrova più. Il  concetto di democrazia è quello di governo del popolo, e si ritrova sempre più ad essere il governo di pochi, quello che per gli antichi era l’oligarchia. Chi va al potere trova grosse difficoltà a mantenere gli impegni promessi, deve sostenere uno sforzo immane tra interferenze varie, strategie di partito, demagogia, corruttela, compromessi, il che rallenta, quando non impedisce, il suo operato. Siamo in un mondo senza più confini e il governo non finisce più con le porte di casa, oggi deve gestire anche l’imprevedibile. Nello stato attuale non si possono fare gli interessi di tutti, ma si discrimina ogni volta che si legifera, ogni volta che si attua un provvedimento. Le leggi, pur fatte per tutti, rispondono a esigenze di pochi. La gestione principale finisce per essere quella degli interessi e dell’economia di una stretta cerchia venendo meno all’impegno preso e alle promesse fatte all’elettorato. Spesso il politico esercita un potere che raramente  coincide con i problemi di cui dovrebbe occuparsi seriamente.  La Democrazia è diventata un’utopia e molte volte  in suo nome si governa come in una dittatura. Non siamo più in democrazia se  siamo nel periodo della sfiducia, del populismo e dell’incapacità di stabilire ordini  e definire valori per tutti. Oggi si permette tutto a tutti e lo avvertiamo in rete, dove la possibilità di esternare può diventare nemica della stessa democrazia.  Questo fa capire quanto sia difficile accontentare tutti. La democrazia stenta a riconoscere anche i sui principi ispiratori come la libertà nel suo aspetto civile, politica e sociale, nell’uguaglianza, nella solidarietà che sono poi i capisaldi di un illuminismo ormai in declino. La globalizzazione ha presentato il conto: allargando i confini si è trovati in territori talvolta ingovernabili. Nella odierna società liquida, come afferma Bauman, le problematiche non finiscono mai, gli interessi si allargano a macchia d’olio e voler esaurire ogni situazione in ogni campo è pura utopia. Bauman afferma che al caos moderno preferiamo rifugiarci in un passato quando era tutto più limitato e dove il limite dava la possibilità di operare e svolgere realmente l’attività politica, calati in una “retrotopia”. La politica è credibile se coerente, se ha rapporti col territorio, se si impegna e attua strategie di risoluzione, se gli interessi non si limitano solo a quelli di tipo economico. Il voto, quello che a noi sembra la più democratica espressione, è stato spogliato di ogni valore e non stabilisce più alcun legame tra rappresentanti e popolo se poi il mondo va in direzione completamente opposta alle richieste di tutti. La politica è diventata un mero esercizio di Palazzo  credendo che lì si concentrino gli interessi, quasi fossero affari per pochi, e il popolo non c’entri, allungando la distanza tra le parti. Quando i Romani affermavano che la democrazia poteva sfociare in oligarchia, dicevano questo, e oggi siamo giunti al capovolgimento della stessa. Qual è il modo di arginare questo pericolo, di tenere sotto controllo questo fenomeno, visto che manca un contrappeso a tutto questo? Secondo Michel Foucault abbiamo come antidoto solo il poter dire quello che si sta sbagliando, il sorvegliare e il ribattere, il dire la verità ogni volta che viene offuscata. Questa “parresia”, di farci dire quello che pensiamo a riguardo, è l’unica forma di opposizione alla perdita di libertà e capovolgimento della democrazia. Una democrazia che opera senza confini non è più tale,  sfocia esattamente nel non governo. La tecnologia l’ha resa anche lenta, inadeguata. Mentre a Palazzo discutono, per i vari gruppi, nelle chat, su twitter si scatenano inferni peggiori delle arene romane. Prevale la legge del più forte visto che in questo caso è difficile discernere la verità che trabocca da tutte le parti e nessuno si cura di confutarla. La libertà sfocia nel permissivismo, la fratellanza nella diffidenza per il prossimo, l’uguaglianza in discriminazioni continue. Tutto questo esula dai concetti democratici o possiamo dire sono situazioni nuove e moderne non contemplate dalla politica attuale.  Quella di oggi è una democrazia ad horas, quella dell’ultimo minuto, quello che si è detto in ultima battuta che vale fino a prova contraria. C’è la voglia di tornare indietro, quando tutto era più limitato e gestibile, scappando  da una realtà attanagliata anche dalla paura che resta il metodo di governo del dispotismo. Un passato che porta La Gran Bretagna alla Brexit, gli Americani a eleggere Trump, solo illusori cambiamenti che, invece di far migliorare, apportano sempre nuovi rischi. La politica  nell’era tecnologica ha esaurito il suo vero ruolo. Resta quella di Palazzo, formale, fredda e distaccata dal resto e questa distanza affievolisce l’interesse politico, azzera l’impegno, fa aumentare i vuoti che si colmano con altro. Accentrando il potere nelle mani di pochi, la res pubblica diventa privata creando il caos.

Nella post-democrazia la soluzione è una visone nuova del mondo che deve migliorare includendo tutte le variabili che sono avvenute nel tempo. La vera politica è relazione e rete tra tutti, che bisogna tessere con intelligenza che non sia opportunismo sempre ai fini di un benessere di pochi. Fino a quando non capiremo che i pochi non possono sopravvivere senza i molti, la politica non sarà mai vera né attiva, ma una palude dove tutto viene coperto da melma.

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Filomena Baratto è presente anche sul sito artistico Dimensione Arte.

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